|
Monday, February 06, 2006
Molly Jong Fast – "La figlia di Erica Jong non ha paura di volare"

"I originally wrote because I wanted to have something to talk to my parents about. It's the real truth. I felt that was something they would sort of be impressed by".
Molly Jong-Fast è la figlia di Erica Jong (nonché pronipote dell'autore di Spartacus), vive a New York con il marito, il figlio, un cane e un gatto e, dopo aver trascorso e superato un'adolescenza tormentata, oggi afferma senza esitazioni di ritenersi una donna soddisfatta sia a livello professionale che personale. Dopo aver conseguito il Masters of Fine Arts al Bennington College decide di coltivare seriamente la sua passione per la scrittura e prima di pubblicare il suo primo romanzo "Normal Girl" collabora con diverse riviste come Mademoiselle, Marie Claire, Mode, Cosmopolitan e New York Times con saggi e articoli sui più svariati argomenti. Confessa di avere una predilezione per la corrente minimalista in voga negli anni ottanta e non fa mistero della sua amicizia e stima (ricambiata) per autori del calibro di Jay McInerney, Bret Easton Ellis e Tama Jamowitz. Il suo scrittore preferito, tuttavia, è David Sedaris per la prosa brillante e la dissacrante ironia che fa da cornice a tutti i suoi testi.
"Normal Girl" racconta la storia di Miranda Woke, diciannovenne newyorkese ricca e spesso protagonista nelle pagine dedicate al gossip delle riviste della sua città. ("I'm a crazy cocaine addict with a hankering for heroin, but other than that, I'm just a nice Jewish girl from the Upper East Side with Prada shoes. How could anything be wrong?"). La sua vita è regolata seguendo il ritmo e le cadenze di feste alla moda, inaugurazioni di locali e funerali di gente famosa quanto lei. Nessuna storia d'amore importante dopo la morte per overdose del suo fidanzato (della quale si ritiene colpevole), ma solo rapporti occasionali che la spingono a cercare di colmare il vuoto della sua esistenza tramite droghe varie.
Tra un party e l'altro, fino ad arrivare sulla soglia del punto di non ritorno, Molly Jong-Fast descrive l'ansia e la disperazione tipica dell'adolescenza che si consuma fra i tentativi disperati di attirare l'attenzione di genitori poco presenti e spesso indifferenti, la manifesta incapacità di rapportarsi con gli altri e un opprimente vuoto esistenziale che sembra spingere in una direzione senza via d'uscita. Nonostante gli eventi drammatici narrati, il romanzo si mantiene leggero e ironico fino alle ultime pagine dove si comprende che, in fondo, l'unico desiderio di Miranda è quello di essere una "ragazza normale". ("Molly Jong Fast has created an engaging female character that stays with you long after the book's closed. There's more to Miranda than Park Avenue and Prada shoes. In fact, she'd probably hit it off with Holden Caulfield if he showed up at one of her parties". The net net).
Jay McInerney ha definito " Normal Girl" come un "Meno di zero al femminile" e la sua autrice "un prodigio". Le similitudini con il romanzo di Bret Easton Ellis sono evidenti, ma si fermano alle tematiche trattate (nichilismo, incapacità di accettarsi e tentativi di autodistruzione). La narrazione di Molly Jong Fast, infatti, non possiede la drammaticità e il distacco tipici di Ellis, al contrario il più delle volte sembra quasi compiaciuta come se il susseguirsi degli eventi non fosse altro che un inevitabile dazio da pagare sulla strada della salvezza ("It's a social satire of the life of a child of privilege. It's a big joke, a satire of myself. "Oh, wow, the daughter of a famous writer wrote a book." This is a satire of the kind of book you would've thought it might have been, the tell-all memoir thing. And it's a satire of the Less Than Zero type of book").
Non è ancora uscito in Italia il suo nuovo romanzo "Sex Doctors in the Basement: True Stories from a Semi-Celebrity Childhood" (un successo negli Stati Uniti), che si presenta come una spietata autobiografia dove la scrittrice mette con le spalle al muro una folta schiera di personaggi famosi conosciuti quando viveva con la madre nell'Upper East Side di Manhattan e senza alcuna remora critica e ironizza abitudini, invidie e manie di un mondo solo in apparenza sfavillante e spensierato.
"Odio quando qualcuno mi tocca, ma le mie regole contano meno di zero con Janice. Quando parliamo all'infinito del nulla, lei mette le mani tra le mie e io gliele stringo. Lascia qualche ciglia finta appiccicata sullo specchio poi mi abbandona davanti al lavandino, con la coca pronta sul ripiano. Tirare di coca fa zittire le voci. Il bruciore di ogni pista è la promessa di un'evasione che sto ancora aspettando".
(Normal Girl, 2001)
Posted at 11:47 pm by F.P.
Permalink
Friday, September 30, 2005
Richard Matheson: “Il maestro di Stephen King”
“Lo scrittore che mi ha influenzato piú di ogni altro” (Stephen King)
“Per le legioni di lettori delle sue storie Richard Matheson, come Robert Neville, è già leggenda" (Valerio Evangelisti)
“Richard Matheson merita il nostro tempo, la nostra attenzione, e un grande affetto” (Ray Bradbury)
Nato il 20 febbraio 1926 ad Allendale nel New Jersey, Richard Matheson vive a Brooklyn fino al conseguimento del diploma presso la Brooklyn Technical High School (1943) e poi si trasferisce nel Missouri per studiare giornalismo.
Il suo esordio letterario risale al 1950 quando la rivista The Magazine of Fantasy and Science Fiction pubblica uno dei suoi racconti più belli e angoscianti “Nato d’uomo e di donna” (“Born of man and woman”). L’anno successivo si trasferisce in California dove incontra la donna che diverrà sua moglie e che gli suggerirà l’idea per un nuovo racconto “Fiamma frigida” che, in seguito, verrà ampliato e sviluppato dando vita al romanzo “Cieco come la morte” (“Someone Is Bleeding”). Sempre negli anni del suo soggiorno californiano frequenta il gruppo dei “Fictioneers”, animato da scrittori accomunati dalla passione per il genere poliziesco, e si cimenta egli stesso nella stesura di alcuni racconti gialli (“Fury on Sunday” e “Ride the Nightmare”).
E’ del 1954 il suo romanzo più famoso “Io sono leggenda”, mentre due anni dopo viene pubblicato “Tre millimetri al giorno” (“The Shrinking Man”) il cui successo di pubblico e critica attira l’attenzione della Universal che si affretta ad acquisirne i diritti per la trasposizione cinematografica (”Radiazioni BX distruzione uomo”).
La produzione di Matheson non si ferma a racconti e romanzi, ma comprende frequenti incursioni (con risultati decisamente ottimi) nel cinema e nella televisione. Sono sue, infatti, le sceneggiature di alcuni fra i migliori episodi della serie televisiva “The Twilight Zone” (“Ai confini della realtà”) e di “Star Trek”. Da ricordare anche la sceneggiatura per il primo grande successo di Stephen Spielberg “Duel” (tratto da un racconto dello stesso Matheson).
Nel corso della sua lunga carriera (numerosissimi i premi che gli sono stati riconosciuti, ed è sufficiente citare l’Edgar Allan Poe e il Bram Stoker alla carriera) è stato anche sul punto di collaborare con Alfred Hitchcock per il film “Gli uccelli”, ma il progetto si concluse con un nulla di fatto perché il regista non era d’accordo con l’idea di Matheson di non mostrare mai gli uccelli per l’intera durata del film.
E’ difficile inquadrare le sue di Matheson in un genere piuttosto che in un altro poiché la sua narrativa si può definire come un cocktail riuscito fra diversi scenari letterari. Uno scrittore “moderno” e imprevedibile che, pur privilegiando le tematiche legate alla fantascienza e al soprannaturale, non s’è mai dimenticato di ambientare le sue storie in situazioni pervase da un rigido realismo e conferendo loro una paradossale plausibilità grazie all’enorme lavoro di ricerca effettuati prima della stesura dei testi e alle frequenti dissertazioni pseudo scientifiche.
Il linguaggio adottato e secco, freddo, a tratti didascalico. Una scrittura che non si lascia mai tentare da inutili virtuosismi e artifici letterari.
Quando si cimenta con il genere horror, Matheson prende drasticamente le distanze dagli stereotipi del genere. La tensione, l’angoscia e l’orrore scaturiscono non da situazioni straordinarie, ma dalla vita di tutti i giorni. Il terrore inizia all’interno di una apparentemente tranquilla situazione familiare, arriva dalla televisione o da avvenimenti a prima vista banali. Ed è proprio questa sua caratteristica che, oltre ad affascinare milioni di lettori, ha influenzato uno scrittore del calibro di Stephen King. La capacità di raccontare storie terribili e angoscianti non più focalizzando l’attenzioni su mostri o personaggi irreali, ma sull’uomo.
Come già anticipato, il romanzo più famoso di Matheson è senza dubbio “Io sono leggenda” (dal quale sono stati tratti anche due film, ma tutt’altro che memorabili) che nonostante siano passati oramai cinquanta anni dalla prima edizione continua a essere ristampato e che sorprende per modernità e l’originalità della storia.
Una storia di vampiri decisamente fuori dagli schemi, atipica dove la condizione delle creature della notte è sfruttata dall’autore per scrivere una intelligente riflessione sulle cause e conseguenze del razzismo nella società moderna. Protagonista è Robert Neville, l'ultimo uomo sulla Terra. L'unico essere umano a non essere stato colpito da una sconosciuta epidemia che ha trasformato il resto dell’umanità in vampiri assetati di sangue. In questa situazione, paradossalmente si invertono i ruoli ed è l’uomo a trasformarsi in mostro e non viceversa. (“…l'idea di partenza si basava sulla considerazione che se un vampiro fa così paura, cosa accadrebbe se tutta l'umanità fosse composta da vampiri, a eccezione di un uomo?”). Si tratta di una prospettiva diversa da quella usuale, anomala e proprio per questo ancor più affascinante. Un’intuizione che ha permesso a Matheson di condividere, anche se in modo differente, la sorte di Neville. Entrambi destinati a diventare leggenda.
“Nei giorni di cielo coperto Robert Neville non era mai sicuro del tramonto del sole e capitava che loro uscissero in strada prima del suo rientro. Se fosse stato più analitico, avrebbe saputo prevedere il loro arrivo con una certa approssimazione; ma si ostinava a mantenere l’abitudine di tutta una vita di calcolare il calar delle tenebre guardando il cielo, un metodo che nelle giornate nuvolose non funzionava. Ecco perché in quelle occasioni non si allontanava mai troppo.”
(“I Am Legend – Io sono leggenda, 1954)
Posted at 03:49 pm by F.P.
Permalink
Thursday, September 29, 2005
The Surrender: An Erotic Memoir - Toni Bentley
"The Surrender is a brave book...in its earnest attempt to do justice to the transcendent dimensions of a profane act." (New York Times Book Review)
"Genuinely daring in its self-exposure...Surely the greatest hymn to the transcendent powers of sodomy since the Marquis de Sade." (Village Voice)
"The art of talking dirty has come late to women, but when we get it - and Toni Bentley has - the pages burst into flames." (Nancy Friday)
Toni Bentley, prima di dedicarsi alla scrittura, è stata per diversi anni una apprezzata ballerina del New York City Ballet dove ha lavorato con uno dei più celebri coreografi del novecento, George Balanchine. Costretta ad abbandonare le scene in seguito a un incidente, inizia a collaborare con diverse riviste (“Rolling Stone” e “Ballet Review”, “Dance Magazine” e “Allure” per citare alcune fra le più prestigiose) e a scrivere il suo primo romanzo “Winter Season. A Dancer's Journal” basandosi sulla sua esperienza di ballerina professionista e sfruttando il diario tenuto negli ultimi anni della sua carriera. Il romanzo si rivela un successo di critica e pubblico e viene inserito dal “New York Times” fra i cento migliori libri dell’anno. Riconoscimento che toccherà anche al libro successivo “Sisters of Salome” (una sorta di saggio sull’arte dello spogliarello. Esperienza che Toni Bentley ha voluto provare in prima persona in uno storico locale di NY, Blue Angel) e alla sua ultima fatica letteraria “The Surrender”, cronaca appassionante e schietta di una nuova apertura alla vita e alle emozioni. Un romanzo sincero, affascinante e provocatorio e una presa di coscienza della propria condizione di donna attraverso l’esperienza della sodomia (''emancipation through the back door'').
"Bliss, I learned from being sodomized, is an experience of eternity in a moment of real time" and "The penetration is deeper, more profound; it rides the edge of sanity. The direct path . . . to God, has become clear, has been cleared."
Prima di arrivare alla pubblicazione, “The Surrender”, è stato rifiutato da parecchi editori che ne contestavano l’eccessiva crudezza, preoccupati per le possibili reazioni dei lettori di fronte ad argomenti (sodomia, masochismo e sottomissione) per certi versi tuttora considerati improponibili se non in un testo dichiaratamente pornografico. Non era dello stesso avviso, ovviamente, l’autrice che riteneva superati da tempo certi pregiudizi, soprattutto alla luce della considerazione che non esiste qualcosa che non sia già stato scritto e ampiamente trattato (“I thought, everything has been written about sex, between the Marquis de Sade and the Bible and D.H. Lawrence and Forum and Penthouse, how can anyone be shocked?").
A inquietare gli addetti ai lavori era inoltre la probabile contestazione da parte del pubblico femminile. Preoccupazione rivelatasi non priva di fondamento, ma solamente in relazione alla frangia più estremista del movimento femminista contraria a qualsiasi esperienza che preveda la sottomissione della donna nei confronti dell’uomo. La maggior parte delle lettrici, tuttavia, ha dimostrato di apprezzare la storia e i suoi contenuti schierandosi dalla parte della Bentley. Condividendo la sua sfiducia negli uomini, i suoi tormenti esistenziali e il suo cammino di redenzione e scoperta.
''I once loved a man so much that I no longer existed -- all Him, no Me,'' she writes. ''Now I love myself just enough that no man exists -- all Me, no Them. They all used to be God, and I used to be a figment of my own imagination; now men are figments of my imagination.''
“The Surrender”, oltre a rappresentare un elogio della sodomia e a esaltare le proprietà terapeutiche della sottomissione, è anche il dettagliato racconto di una iniziazione erotica e di una travolgente passione che finisce con il trasformarsi in ossessione. La scrittrice racconta la sua biografia senza falsi pudori e inutile retorica, utilizzando una prosa semplice, ma al tempo stesso decisamente lucida ed efficace. Parallelamente al percorso che conduce alla scoperta dei piaceri anali, Tony Bentley intraprende anche un personale cammino di ricerca spirituale. Ricerca di un Dio, di qualcuno a cui aggrapparsi nei momenti più difficili, che l’ateismo della sua famiglia aveva impedito di intraprendere da adolescente e che l’autrice sembra trovare attraverso esperienze non propriamente mistiche.
“I was brought up as an atheist, and I'd always wanted to believe, as I say in the book. Most of my dancer girlfriends believed, and I thought that's why they were better dancers than me. All of this is probably an illusion, but what happens in your heart is some form of reality, especially as a competitive, intense, anxious, young dancer. So, I read a lot of philosophy, a lot of books by believers and non-believers: Bertrand Russell, Kierkegaard. But I never really got anywhere with it [...] I came to know God experientially, from being fucked in the ass—over and over and over again."
Per affrontare la scrittura di un libro di questo genere, ovviamente, non si può prescindere da una buona dose di esibizionismo e temerarietà, magari anche un poco di megalomania e desiderio di protagonismo, caratteristiche che non mancano di sicuro all’autrice che ha forgiato il suo carattere durante la decennale carriera di ballerina sui palcoscenici di tutto il mondo. Certamente nessuna donna prima della Bentley si era mai preoccupata di “glorificare” a tal punto la sodomia da considerarla come la panacea ai propri tormenti fisici e spirituali, ma non per questo motivo ( e nonostante le descrizioni analitiche dei rapporti) ci si deve schierare dalla parte di coloro che hanno definito “The Surrender” un romanzo pornografico, dimenticando che si può scrivere di sesso ed erotismo senza scadere nella pornografia.
"I'm obviously an exhibitionist, but I wrote this book for myself — to understand what was happening to me. I want to live in that land — fairyland, the place of transcendent beauty — and I found that that can happen in reality. But no one was more surprised than me to discover that it could happen by this particular route."
Tony Bentley
The Surrender, 220 pagg
Lain (Collana “Lain”)
I edizione Luglio 2005
Posted at 06:31 pm by F.P.
Permalink
Wednesday, September 28, 2005
Elfriede Jelinek - "Scandalosa, indipendente e ribelle. Un Nobel discusso, ma meritato".
Elfriede Jelinek è nata il 20 ottobre 1946 a Muerzzuschlag, in Stiria (Austria centrale) da padre di origine ebraica e madre viennese. Studia prima in un convento e in seguito presso il Conservatorio di Vienna dove si diploma in pianoforte e composizione, teatro e storia dell'arte.
Il suo esordio risale al 1967 con una raccolta di poesie, ma i primi unanimi riconoscimenti arrivano solamente nel 1975 con la pubblicazione del romanzo “Le amanti”.
Scrittrice indipendente e ribelle, scandalosa, politicamente impegnata, a tratti indisponente, Elfriede Jelinek è attualmente la scrittrice in lingua tedesca più famosa nel mondo e oltre a una serie di importanti premi letterari ("Georg Buechner" nel 1998, premio “Heine” della città di Duesseldorf nel 2002) nel 2004 le è stato assegnato il premio Nobel per la letteratura (“…per il fluire musicale di canto e contro-canto nei romanzi e nei drammi che con straordinario ardore linguistico rivelano l'assurdità dei cliches della società contemporanea e il loro potere soggiogante”).
Tradotti in decine di lingue, i suoi romanzi ruotano insistentemente intorno a tematiche ricorrenti come sessualità, potere e crudeltà. Argomenti trattati con freddezza e distacco allo scopo di smascherare l’ipocrisia e la corruzione della classe borghese austriaca. Storie estreme, perverse e angoscianti, trattate con un linguaggio musicale sorretto dall’ampio uso di metafore ardite e concetti ermetici.
Il perno attorno al quale ruota, tuttavia, l’intera produzione letteraria della Jelinek è il sesso. Non l’amore. Nessuna dolcezza, niente magia, solamente uno scontro di corpi, una guerra destinata a concludersi senza vincitori e vinti. Corruzione e trasgressione. Non un mezzo per raggiungere il piacere, l’estasi, nessuna comunione fra le persone, ma solo strumento per rafforzare il proprio io e soddisfare un desiderio malato di possesso, di sottomissione, di prevaricazione nei confronti dell’altro. Come nel romanzo “La voglia” (edito in Italia da Frassinelli nel 1989) dove con cinismo e stile asciutto la scrittrice austriaca pone l’accento sulla difficoltà di dare un senso al rapporto di coppia e si scaglia con prepotenza contro il ruolo di vittima predestinata che la donna sembra costantemente obbligata a ricoprire all’interno di un nucleo familiare solo in apparenza sereno e rassicurante.
A confermare ulteriormente il suo talento narrativo contribuisce la pubblicazione, nel 1983, del romanzo “La pianista” (“Die Klavierspielerin”) che sancisce la definitiva consacrazione ad autrice di culto. Un successo di critica e pubblico rafforzatosi nel 2001 grazie al riuscito film diretto da Michael Haneke con un’intensa Isabelle Huppert e vincitore a Cannes nel 2001.
La storia (definita senza falsi pudori dalla stessa autrice di ispirazione autobiografica) ruota intorno al rapporto asfissiante ed esclusivo che lega la protagonista Erika Kohut, concertista fallita e insegnante del conservatorio di Vienna, alla madre. Una reciproca ossessiva dipendenza dove odio e amore si fondono al punto tale da non poter più distinguere un sentimento dall’altro. Sentimenti non opposti, ma consequenziali e regolati dall’assenza di regole e tempi da rispettare. Nel suo tentativo di trovare sollievo dalla claustrofobica quotidianità che la sta consumando, Erika vive una sessualità incerta e malata sempre sospesa fra il voyeurismo e una tendenza masochista tale da spingersi fino all’autolesionismo e alle automutilazioni. Il rapporto morboso che lega madre e figlia appare sacro e inviolabile fino a quando nella vita di Erika irrompe un giovane allievo che si innamora di lei. Incapace comunque di mantenere viva una relazione “normale” Erika finisce con mostrare al giovane amante il lato oscuro dei propri desideri scatenandone l’aggressività in un crescendo drammatico che avrà la sua conclusione solo all’ultima pagina del libro.
La narrazione procede senza pause con un ritmo musicale e incalzante. Priva di scontati sentimentalismi, la scrittura della Jelinek (ben supportata da un utilizzo efficace di vivide metafore) procede rigorosa e tagliente e riesce nell’intento di lasciare più volte sbigottito il lettore di fronte alla potenza delle immagini e alla forma e forza devastante che solo una passione spinta oltre i limiti può generare.
“Poi il sangue comincia a sgorgare con un fiotto potente, le gocce colano, scorrono, si mescolano con le loro compagne e formano un incessante rivoletto di sangue. I vari rivoletti si uniscono e creano un fiume rosso che scorre regolare e rassicurante. Con tutto quel sangue, non riesce più a vedere che cos’ha tagliato. Era il suo corpo, eppure anche qualcosa di terribilmente estraneo […] il basso ventre e la paura sono suoi amici e alleati, si presentano quasi sempre insieme. Se uno di questi due amici s’insinua nella sua mente senza bussare, può star sicura che l’altro non è lontano. La madre può si controllare di notte che le sue mani rimangano sopra la coperta, ma per tenere sotto controllo la paura, dovrebbe prima scoperchiarle il cranio e poi raschiarle via la paura di propria mano”.
(Die Klavierspielerin – La Pianista, 1983)
Posted at 12:40 am by F.P.
Permalink
Monday, September 26, 2005
Karpòs Network : Network d'arte indipendente
DOCUMENTO PROGRAMMATICO DI KARPòS
Le trasformazioni imposte dall'età postindustriale, caratterizzata da un'ipertrofia della comunicazione e dall'enfasi della tecnologia, al sistema delle arti e delle lettere così come ce l'aveva consegnato l'umanesimo, entrato in crisi sul finire dell'800 e deflagrato definitivamente nella seconda metà del secolo appena trascorso, sono ormai da anni al centro del dibattito intellettuale, dominato dalle figure dell'apocalittico e dell'integrato.
L'introduzione del prodotto intellettuale nel mercato globale ha trasformato case editrici, gallerie d'arte, produttori cinematografici ed ogni altro genere di intermediatori culturali in vere e proprie aziende, diverse fra loro solo per dimensioni e possibilità d'investimento. Parallelamente, il prodotto creativo ha subito un livellamento su valori medi, compatibili con le attese di una maggioranza descritta con gli stessi criteri utilizzati per selezionare gli utenti per i rilevamenti degli indici di ascolto delle trasmissioni televisive.
Una trasformazione significativa è senza dubbio quella della casa editrice, che da azienda artigianale diviene una vera e propria industria, che sceglie e pubblica autonomamente in considerazione di bilanci, previsioni e fatturati.
Questo è alla base di due conseguenze fondamentali: la scarsa disponibilità al rischio e l'esplosione del fenomeno delle case editrici fantasma, che offrono contratti di pubblicazione a pagamento più o meno a tutti.
Risulta evidente come in un simile contesto finiscano per essere comunque enfatizzati i valori intermedi, ai limiti dello scadente: l'editoria ufficiale punta sul best-seller, e quindi sul prodotto d'intrattenimento, più o meno valido, mentre quella a pagamento, interessata solo a fare cassa, concede l'opportunità di un libro non a chi propone un prodotto di qualità ma a chi si dichiara disponibile all'investimento economico.
Di qui la crisi della sperimentazione e, alla lunga, del dibattito intellettuale, dominato da vecchi “mostri sacri”, ben lontani dal cedere le loro poltrone, e dalla figura del “tuttologo”, vero professionista della chiacchiera massmediatica.
L'avvento di internet, grazie alle sue enormi possibilità e ai bassi costi di gestione, ha offerto un'opportunità importante di rilancio del dibattito e della produzione artistica di qualità per diverse ragioni: 1) la rapidità e la vastità della comunicazione in rete; 2) il multilinguismo potenziale; 3) l'assenza di un assetto “produttivo” troppo rigido e di una regolamentazione dell'accesso; 4) le possibilità tecniche che offre (si veda la nascita del libro in formato elettronico, il cosiddetto e-book); 5) la predisposizione naturale al sincretismo dei linguaggi e alla contaminazione tra forme d'arte utilizzabili come presupposti per percorsi d'innovazione e di sviluppo; 6) il concreto campo d'azione offerto a coloro che non si riconoscono né in un'industria culturale ostaggio dei fatturati né nell'apologia fine a se stessa del libero sfogo paraletterario di scrittori improvvisati e privi di qualsiasi consapevolezza.
In rete dunque e dalla rete può prendere l'avvio un movimento che, rinunciando programmaticamente a griglie teoriche a-priori, possa affrontare con successo i problemi posti alla creatività degli artisti dall'età' postindustriale.
A QUESTO NOI ABBIAMO DATO IL NOME DI KARPòS, CHE IN GRECO SIGNIFICA SEME, ORIGINE.
La domanda fondamentale alla quale vogliamo rispondere è: può esistere ancora un'arte riconoscibile, visibile, effettiva, al di fuori dell'intrattenimento e della chiacchiera, orale scritta o mostrata che sia?
La nostra volontà è quella di costruire una risposta positiva a quest'interrogativo.
Il nostro obiettivo è quello di creare, a partire dall'Italia, una rete transnazionale di artisti impegnati in opere di traduzione, in progetti collettivi, in collaborazioni, oltre naturalmente a portare avanti la propria attività creativa individuale.
Gli ambiti nei quali ci ripromettiamo di agire sono i più vari: dalla letteratura all'arte visiva, dal teatro al cinema, passando per la critica e la teoria delle arti e giungendo sino a forme di contaminazione, convinti come siamo che la vera arte postmoderna, capace di una sua identità spirituale, quindi al di fuori del ricatto dell'archeologia della forma, sia essenzialmente un'arte di scambio e di integrazione linguistica.
Lo strumento principale che ci consentirà di fare tutto questo è la rete.
Lungi dal voler inquadrare i partecipanti in una sorta di esercito ordinato e compatto, KARPòS favorirà le possibili integrazioni evitando forzature e ambiguità: vogliamo che ognuno trovi liberamente il proprio spazio, sentendosi nella condizione ottimale per interagire con gli altri secondo affinità elettive e sulla base di progetti concreti.
Parallelamente ci impegneremo tutti, di volta in volta, per fare buon uso dei tradizionali mezzi di comunicazione: convegni, spettacoli teatrali, mostre, passaggi televisivi, pubblicazioni.
Tuttavia la rete non è solo lo strumento tecnico che ci consente di scardinare le barriere che si pongono alla nostra creatività.
Molto più profondamente, in un'epoca di potenziale rivoluzionamento di ogni precedente approccio alla realtà, la rete costituisce l'unica risposta possibile laddove sia il singolo sia la folla hanno smarrito ogni sensata possibilità di essere protagonisti.
Viviamo l'anticipazione di un'epoca in cui le dinamiche della conoscenza, delle relazioni sociali ed anche della produzione artistica si muoveranno solo in una dimensione reticolare, attraverso l'esplosione dell' io in un contesto.
Per questo Karpòs intende essere un luogo in cui l'arte nasce dai rapporti che si intrecciano in un contesto che al tempo stesso induce e produce.
Tutto nell'assoluta e incomprimibile libertà del percorso personale.
KARPòS E' IL PROGETTO DELL'ASSENZA DI UN PROGETTO, IN QUANTO SOLA FORMA DI AVANGUARDIA CONTEMPORANEA POSSIBILE: CIO' SIGNIFICA CHE TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO APPENA DICHIARATO POTREBBE ESSERE UNA MENZOGNA.
Posted at 12:34 pm by F.P.
Permalink
|
|