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Friday, March 10, 2006
Andrés Barba - La sorella di Katia

“Creo que el talento literario fundamentalmente es saber mirar.”

 

Andrés Barba è nato a Madrid nel 1975 e ha raggiunto la notorietà in Spagna con il racconto “El hueso que más duele” che gli è valso il premio per la narrativa Ramón J. Sender. Con il suo primo romanzo “La sorella di Katia” (“La hermana de Katia”) è entrato nella rosa dei finalisti di uno fra i più prestigiosi riconoscimenti per i libri in lingua spagnola, il Premio Herralde.

Non è facile la vita della sorella di Katia (la quattordicenne protagonista non ha un nome, è solo la sorella di…), una madre prostituta, una sorella spogliarellista e una nonna che sta perdendo la memoria e un giorno morirà nel suo letto mentre la sta abbracciando. E lei, la sorella di Katia, vive in un mondo tutto suo, non è ritardata, ma neppure troppo sveglia, passa le giornate a riordinare la casa e a osservare i turisti che camminano per la plaza Mayor di Madrid, ne ascolta i profumi, immagina le loro vite. Non è capace di distinguere chiaramente il bene dal male, ne intuisce la differenza ma solo raffrontandola alle sue limitate personali esperienze o a quelle delle altre donne della sua famiglia. Non conosce Dio, e quando un giovane turista americano tenta di spiegarle i fondamenti della religione cattolica si ritrova ancora più confusa perché non riesce a comprendere come la stessa persona possa aver creato Paradiso e inferno, salvezza e dannazione.

Sotto i suoi occhi vede la famiglia sgretolarsi poco alla volta, la madre abbandona la casa e smette di fare la prostituta, la sorella comincia a drogarsi e prostituirsi in seguito ad una delusione amorosa e la nonna muore. La ragazzina non può fare altro che osservare impotente le sue piccole certezze andare in frantumi e assumere di volta in volta  uno sguardo innocente, animato da una involontaria e puerile comicità, o commovente e disincantato nella sua sconcertante purezza. Non riesce ad accorgersene, ma rimane l’unico punto fermo della famiglia, l’unica a credere che un giorno la situazione possa ritornare quella di una volta che forse non era migliore, ma quanto meno rassicurante pur nella sua anomala e amara quotidianità.

Il romanzo, nonostante la vicenda narrata si avvicini a una narrativa di genere tipica di certe storie strappalacrime, non scivola mai nel facile pietismo e non fa leva sulla naturale simpatia che il lettore prova per la giovane protagonista, ma si fa apprezzare soprattutto per la sincerità e la spontaneità delle emozioni e dei sentimenti che mettono in luce il bisogno d’affetto e di sconfiggere la solitudine che solo un’anima pura e lontana dalla corruzione del male può ancora mostrare.

 

“Il colore del cielo in inverno era bello, era fatto in gran parte di blu, ma a volte era verde. In quel momento dell’anno non c’erano turisti, ma non le dispiaceva che non ce ne fossero. Ogni cosa aveva i suoi tempi, i suoi cicli, le sue simmetrie. Il mondo era ben fatto, per questo dopo il dolore veniva la felicità, e dopo la felicità il dolore, come il giorno veniva dopo la notte, e il calore della primavera e dell’estate veniva dopo questo freddo fatto di blu e di verdi sotto il viadotto, di bianchi sulle tegole, di silenzio. E se era Dio che aveva fato tutto questo, come diceva il poema di John, allora anche Dio era bello, come lo era un albero senza foglie, come la nonna e la mamma, o il bel corpo di Katia che si spogliava tutte le sere accanto a lei, aspettando lettere dall’Italia che non arrivavano”.

(La hermana de Katia - La sorella di Katia, 2001)

 


Posted at 09:31 pm by F.P.
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Monday, February 20, 2006
Lydia Lunch – “No easy way out. No escape. From yourself.”

"I'm nihilistic, antagonistic, violent, horrible - but not obliterated, yet."

 

"For, impaled at either end as she is on the flesh-poles of truthful stories where poetry and putrefaction meet, Lydia is the sort of teacher of tormented desires I wish I'd had at school. Not sick but sexually smart(ing)" (Jack Barron, Sounds).

 

Lydia Lunch è nata a Rochester (New York) il 2 giugno del 1959, lo stesso giorno di nascita di Donatien Alphonse François de Sade, coincidenza questa che lei stessa non dimentica mai di sottolineare. Musicista, attrice, regista, fotografa e scrittrice, Lydia Lunch è stata l'icona della cultura underground newyorkese quando la Grande Mela era considerata l'ombelico del mondo, il luogo dove si creavano le tendenze destinate a influenzare il pensiero e la cultura. La sua carriere inizia non ancora diciottenne come vocalist e chitarrista del gruppo "Teenage Jesus And Jerks" e in breve tempo il suo carisma e il suo talento, nonché la sfrontata irriverenza e il gusto per la provocazione e l'eccesso, la portano a collaborare con alcuni fra i più famosi artisti del panorama underground come Kim Gordon dei Sonic Youth, Nick Cave e Jim Foetus.

 

 "If you're looking for some nice, sedate, calming music or poetry, then you don't want to go near Lydia Lunch. Her avowed purpose since the late '70s has been to agitate and aggravate. Her frank sexuality and hatred of passivity hasn't made her exactly the darling of mainstream media but the hell with them. For anyone who wants some harsh reality shoved in their face, Lydia's the right place to go. In film, in writing, in CD's/LP's, and any other medium she gets near, Lydia is a memorable presence" (Jason Gross).

 

Alternativa ed estrema è anche la sua produzione letteraria, tanto in poesia quanto in narrativa. L'esordio è datato 1982 con la raccolta di poesie scritte a quattro mani con Exene Cervenka "Adulterers Anonymous" (inedito in Italia), pubblicata negli Stati Uniti prima da Grove Press e dopo da Last Gasp. Due voci, due personaggi che camminano fianco a fianco esplorando i medesimi territori desolati e oscuri per raccontare, pur senza mai incontrarsi, la comune solitudine e disperazione. Dieci anni dopo, nel 1992, esce la raccolta di poesie e racconti (o forse è meglio definirli spoken word) "Incriminating evidence" che si avvale della collaborazione di Kristian Hoffman per quanto riguarda l'illustrazione dei testi. Cronistoria sincera e toccante delle sue ossessioni, degli abusi subiti e degli incubi che continuano a tormentarla, per ammissione della stessa autrice "Incriminating evidence" nasce dalla "necessità di documentare la mia personale alienazione mentale, piaga che non sono ancora riuscita a curare…leggete e non trattenete le lacrime".

 

"Paradoxia: eccitazione sessuale che si verifica a prescindere dal ciclo dei processi fisiologici negli organi generatori" (Richard von Kraft-Ebing, Psycopathia sexualis).

"It's extremely rare to read a book so virulent and honest. Do so, and be enlightened" (Neon).

 

Pubblicato nel 1997, "Paradoxia, a predator's diary", arriva finalmente in Italia grazie a Leconte Editore. Con questo libro sospeso fra biografia e fiction, strutturato a episodi e simile a un diario, Lydia Lunch prosegue il suo percorso all'interno della psiche umana. Il risultato è un romanzo brutale, a tratti disturbante, energico e distruttivo al tempo stesso. Con una prosa viscerale e impulsiva, mai piatta o noiosa, l'autrice indaga negli angoli più bui del desiderio, racconta la necessità, l'impellenza della carne che non si ferma davanti ad alcun ostacolo. Crimini, droghe, sesso e violenza (che in fondo sono la stessa cosa, perché il sesso stesso è visto come un atto di violenza), tutto è lecito per raggiungere i propri obiettivi e soddisfare un'urgenza, una fame che stringe lo stomaco e annulla la volontà.

La protagonista di "Paradoxia" è vittima degli uomini, del padre, ma non è votata al martirio. Decisa a non soccombere, è pronta a trasformarsi, a invertire i ruoli e diventare carnefice usando il proprio corpo e quello di chi incrocia per strada. Il tutto senza provare alcun rimorso, senza addurre giustificazioni al suo comportamento o proclamare la sua innocenza in quanto cosciente che "…siamo tutti dannatamente colpevoli" ("...no easy way out. No escape. From yourself. You had to learn to deal with the cards you were dealt. Had to learn the hard way that the world doesn't owe you a fucking thing. Not a reason, nor excuse. No apologies…fear is the greatest aphrodisiac").

Un romanzo da affrontare senza pregiudizi, da leggere non come il resoconto di un'esperienza erotica deviata e devastante, bensì come una confessione sincera e appassionata. Considerazione, quest'ultima, che si può trovare anche nella bella prefazione di Humbert Selby Jr "…nel leggere questo libro vi troverete faccia a faccia con alcuni aspetti di voi stessi che magari avete evitato e, forse, vorrete continuare a evitare di prendere in considerazione. Se avrete il coraggio di leggere questo libro con una mente aperta, e con un cuore aperto, probabilmente avrete il coraggio di guardare un po' più a fondo e più attentamente dentro voi stessi, e forse voi anche vi chiederete se siamo tutti innocenti".

 

"New York City non mi corruppe. Ne fui attratta perchè ero già stata corrotta. Dall'età di sei anni, il mio orizzonte sessuale era stato iperstimolato da un padre che non aveva alcun controllo delle sue fantasie, dei suoi istinti naturali o impulsi criminali. Tale padre, tale figlia […] New York era un gigantesco negozio di caramelle, un mercato della carne, un manicomio assurdo, un palcoscenico. Circondata da altri cinque milioni di tossici, fanatici, alcolisti, artisti della fregatura, sognatori, cospiratori e ignari bersagli, New York mi concesse il lusso dell'anonimato. Il parco giochi del diavolo".

(Paradoxia, a predator's diary – 1997)

 


Posted at 10:42 pm by F.P.
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Thursday, February 16, 2006
Will Christopher Baer – "Tradimento, colpa e redenzione"

Will Christopher Baer è nato nel 1966 nel Mississippi. Dopo l’infanzia trascorsa fra il Canada e l’Italia, si trasferisce con la famiglia prima a Memphis e poi a New Orleans dove frequenta il College. Insofferente e girovago per natura, ritorna a Memphis. Si laurea e ricomincia a viaggiare. Consegue il Master of Fine Arts in Writing and Poetics alla Jack Kerouac School di Naropa nel 1995 (la scuola fondata da Allen Ginsberg and Anne Waldman nel 1974) e l’anno successivo si stabilisce in California a Los Angeles dopo una breve parentesi nella Bay Area.

Prima di raggiungere il successo come scrittore, lavora come assistente sociale per i senzatetto, taxista, sceneggiatore, barista e musicista. Il suo romanzo d’esordio, e l’unico ad oggi pubblicato in Italia, “Kiss Me, Judas” ("Baciami Giuda", Marsilio 2005) viene pubblicato nel 1998 e immediatamente inserito dalla Barnes & Noble nella rosa dei candidati per il premio dedicato alla “best new voice”. Il romanzo, del quale  è tradotto in diverse lingue, ovunque accolto con entusiasmo e recensito positivamente dalla critica ("I fan della scrittura più ellittica di James Ellroy dovrebbero apprezzare questo raffinato esercizio di paranoia neo-noir, inganni multipli e ossessione sessuale" Chicago Tribune, "Uno dei noir più originali e ricchi d’atmosfera da molto tempo a questa parte... sembra una storia di Elmore Leonard riadattata da David Cronenberg. La trama guizza e serpeggia come il bisturi di un chirurgo" The Daily Mirror). E’ prevista anche una versione a fumetti, mentre si comincia a parlare di una possibile trasposizione cinematografica.

"Baciami Giuda" è il primo di tre libri dedicati a Phineas Poe, ex poliziotto tossicodipendente torturato dal ricordo della moglie morta in circostante misteriose. Due anni dopo esce il secondo, “Penny Dreadfull”, ma per leggere la trilogia completa si deve aspettare il 2004 quando MacAdam/Cage pubblica  “Hell’s Half Acre” contemporaneamente alla ristampa dei primi due (una trilogia che ruota intorno ai concetti “di tradimento, colpa, redenzione - dei modi in cui la gente si ferisce e tradisce le altrui aspettative. Parla degli dislivelli che si producono nella realtà quotidiana, dell’impossibilità di ritrovarsi due volte nella stessa realtà […] ma tutti i miei libri sono anche storie d’'amore. Quando qualcuno mi chiede di descrivere i miei romanzi, la prima risposta che mi viene in mente è che io scrivo "storie d'amore spaventose".

In "Baciami Giuda", l’anti-eroe nichilista e autodistruttivo Phineas Poe da poco dimesso da un ospedale psichiatrico, deve fare i conti con una fra le più inflazionate leggende metropolitane. Dopo una notte di sesso con una misteriosa sconosciuta, infatti, si risveglia immerso in una vasca di ghiaccio con una profonda cicatrice sul fianco e un rene in meno. Costretto a imbottirsi di droghe per sopportare il dolore, confuso e vittima di allucinazioni, l’ex poliziotto si mette sulle tracce della ragazza animato da sentimenti contrastanti, sospeso fra il desiderio di vendetta e l’attrazione che spesso finisce per legare vittima e carnefice.

La prosa di Baer (tutto in prima persona e senza veri e propri dialoghi) è asciutta, il ritmo nervoso e la sintassi decisamente poco organica, ma sicuramente efficace. Baer non si risparmia e non concede tregua nemmeno al lettore ("Scrivo più internamente che posso […] cerco di guardarmi dentro e rovesciarmi come un guanto, cerco di non fermarmi in superficie, ma di arrivare sottopelle per trovare la nausea, la vertigine, la smarrimento che spesso condiziona i rapporti personali. Ho la difetto di concentrarmi sui dettagli viscerali, sul dolore sotto la pelle"). Continui colpi di scena riescono a mantenere alta la tensione e Baer sembra quasi divertirsi a mescolare le carte, invertire i ruoli i ruoli trasformando i buoni in cattivi e viceversa, il tutto sorretto da un dissacrante humour nero e da un continuo alternarsi fra realtà e dimensione onirica.

Alla luce di queste considerazioni "Baciami Giuda" non può essere considerato un semplice Noir come può sembrare a prima vista (è lo stesso autore a confermarlo quando afferma che (“…non è mai stato il mio fine ultimo quello di scrivere noir, nonostante i libri e i film attorno a cui gravito tendano spesso in quella direzione"), ma molto di più. Un romanzo spietato e commovente, tenebroso e romantico, inizia come un giallo e si trasforma in una attenda e profonda analisi psicologica dell’uomo e delle sue passioni/ossessioni. Sentimenti contrastanti, spinti all’eccesso, distruttivi e catartici al tempo stesso.

Da segnalare, infine, una interessante iniziativa della casa editrice Marsilio che per promuovere il libro si è affidata ad un booktrailer. Un breve filmato simile al trailer di un film che, in stile videoclip, coniugando parole e immagini riesce a fornire una precisa idea di cosa ci si può aspettare dalla lettura (Il booktrailer è scaricabile all’indirizzo http://www.baciamigiuda.it).

 

“Devo essere morto perché non c’è altro che neve blu e il furioso silenzio di uno sparo. Due uccelli si gettano alla cieca contro la superficie vitrea di un lago. Sono freddo, religiosamente freddo. Gli uccelli schizzano fuori dall’acqua, in un argenteo scintillio d’ali. Un pesce si contorce tra le zampe di uno dei due. L’altro si rituffa e ora io trattengo il respiro. In questo momento la neve ha smesso di cadere e il cielo è immenso e bianco. Sono così freddo che devo aver abbandonato il mio corpo.”

(“Kiss me, Judas – Baciami, Giuda, 1998)

 


Posted at 09:18 pm by F.P.
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Tuesday, February 14, 2006
Serpenti e piercing - Hitomi Kanehara

"Serpenti e piercing" (Hebi ni Piasu) è il romanzo d'esordio della giovane scrittrice Hitomi Kanehara, nata nel 1983 e già considerata una fra le autrice dotate di maggior talento fra quelle della nuova narrativa giapponese ("…l'icona della cultura underground giapponese" – New York Times). Non a caso è anche la più giovane vincitrice di una fra i più importanti riconoscimenti del Sol Levante, il premio Akutagawa e può vantare fra i suoi estimatori un personaggio del calibro di Ryu Murakami che dalla quarta di copertina precisa come "Serpenti e piercing" sia "…un romanzo che poteva scrivere solo un vero talento".

Il romanzo, che in Giappone ha venduto più di 500.000 copie in meno di un mese, si inserisce nel filone che vede come protagoniste le cosiddette Gothic Lolita e inaugurato da romanzi come "Occhi nella notte" di Yamada Eimi, "Platonic Sex" di Iijima Ai e del recente Hotel Iris di Yoko Ogawa. Ed è proprio con quest'ultimo che le affinità risultano maggiori poiché entrambi sviluppano la storia intorno alla formazione erotico sentimentale di due giovani "ribelli", formazione che passa attraverso la scoperta del binomio quasi imprescindibile "dolore-piacere".

Luì, la protagonista di "Serpenti e piercing", è attratta da un suo coetaneo punk del quale ammira il coraggio di aver trasformato la sua lingua fino a renderla biforcuta come quella di un serpente (split tongue).

Il desiderio di raggiungere lo stesso risultato diventa per Luì un'ossessione che si accentua ancor di più quando conosce il tatuatore Shiba. Fra i due si instaurerà un rapporto basato sul dolore come fonte di piacere e che porterà ad accrescere in Luì la componente masochistica della sua psiche tanto che la morte non è più vista come qualcosa da cui fuggire, bensì da accogliere e cercare in modo consenziente. Meglio ancora se provocata dalla persona per la quale si prova un'attrazione malata e per certi versi inspiegabile. Per arrivare alla realizzazione dei suoi desideri, alla materializzazione delle fantasie più oscure e perverse, Luì deve obbligatoriamente passare attraverso una trasformazione sia spirituale che fisica.

Il suo corpo e la sua mente sono solo creta da plasmare, oggetti senza forma da modellare per andare oltre l'apparenza e riuscire a dare un significato alla propria esistenza. Compito che è in grado di svolgere solo un Dio o qualcuno come Shiba che, complice l'abilità nella pratica della body modification, viene idealizzato al punto tale da consegnarli senza riserve anima e corpo.

Colpisce, nella scrittura di Hitomi Kanehara, il distacco e la freddezza con cui vengono descritte anche le scene più forti, quelle dove la partecipazione emotiva dovrebbe raggiungere la massima espressione. Il dolore, il piacere, i sentimenti spinti all'eccesso sono sempre descritti e raccontati con una precisione chirurgica, con mano ferma e decisa che conosce con precisione il momento e il punto esatto dove praticare l'incisione ("…uno scrittore si decide dal fatto di possedere o meno quel qualcosa. Lei "quel qualcosa" ce l'ha, non ci sono dubbi" - Hitonari Tsuji).

 

"Possesso è una bella parola. Una come me, sempre piena di desideri, vuole subito possedere le cose. Possedere però reca tristezza. Ottenere qualcosa significa arrivare a considerarla propria in maniera quasi ovvia. Non c'è più quell'eccitazione, quella spinta del desiderio che c'era prima […] il possesso finisce per comportare solo scocciature. Eppure l'uomo continua lo stesso a desiderare di possedere, cose o altri uomini che sia. Possibile che l'umanità intera abbia in sé entrambe le componenti sado e maso?"

 

Hitomi Kanehara

Serpenti e piercing, 121 pagg

Fazi (Collana “Le strade”)

I edizione Aprile 2005

 


Posted at 12:12 am by F.P.
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Friday, February 10, 2006
Annelies Verbeke – "Insonnia o male di vivere?"

Annelies Verbene, nata in Belgio nel 1976, dopo aver studiato letteratura tedesca e sceneggiatura si dedica alla carriera di giornalista e sceneggiatrice. Grazie al successo ottenuto da un suo copione (“Dogdreaming”, premiato al Festival del Cinema di Berlino nel 2003), il suo nome comincia a circolare negli ambienti cinematografici e letterari destando immediatamente interesse e curiosità.

“Dormi!” (Slaap!), suo primo romanzo, si è aggiudicato il premio Debuutprijs 2004 riservato al miglior libro d'esordio in lingua olandese e si è rivelato un clamoroso successo editoriale tanto che la stampa s’è affrettata a paragonarla ad un altro scrittore rivelazione come Grungerg (“Dormi! è il più straordinario esordio dai tempi di Lunedì blu di Arnon Grungerg”).

Numerose ristampe in Belgio, trentamila copie vendute in Olanda e un consenso pressoché unanime dei lettori, spingono “Dormi!” oltre i confini dei Paesi Bassi. Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna e l’intero Sudamerica si affrettano ad acquisire i diritti per la pubblicazione, curata in Italia dalla casa editrice Instar Libri (distributrice anche delle opere di Arnon Grungerg) che manda in stampa il romanzo nel 2005 con l’ottima traduzione di Laura Pignatti. Sono già stati venduti anche i diritti per il cinema e, al momento, la trasposizione cinematografica è nella fase della pre-lavorazione.

La storia ruota intorno alla protagonista Maya e alla sua insonnia cronica. A nulla valgono le terapie di gruppo, i consigli di amici e parenti, i medicinali e la ginnastica…il sonno arriva sempre più tardi e le notti sembrano sempre più lunghe e difficili da affrontare.

La sensazione di frustrazione e la “gelosia” nei confronti di chi riesce a dormire, la porta a girare per tutta la notte in bicicletta e a cercare un minimo di soddisfazione suonando campanelli a caso e fermandosi ad ascoltare le invettive che provengono dai citofoni delle sue “vittime”. Ed è proprio dopo aver suonato l’ennesimo campanello di uno sconosciuto che conosce il suo alter ego maschile, Benoit De Gieter, personaggio strano e dal passato tormentato (orfano della madre prostituta e perseguitato da un capodoglio di nome Frederick, amico immaginario che lo ossessiona fin dall’infanzia).

Dal momento del primo incontro fra Maya e Benoit, il romanzo si sviluppa alternando i ricordi,  i racconti e i momenti di riflessione dei due protagonisti. Personaggi che nonostante la differenza d’età e d’estrazione sociale, si ritrovano a condividere esperienze e delusioni proprio grazie all’odiata insonnia e alla comune passione per l’alcol.

Annelies Verbene racconta una storia dove immaginazione e fantasia giocano un ruolo importante. Grazie a una narrazione fluida e partecipe, sfruttando in diverse occasioni immagini e descrizioni che paradossalmente sembrano più vicine a una dimensione onirica che alla realtà, riesce a divertire e commuovere al tempo stesso. Mette in scena situazioni condite da una massiccia dose di ironia e tenerezza, ma il più delle volte tragiche e disperate perchè “Dormi!” parla d’amore, di amicizia e di reciproco sostegno, ma soprattutto di solitudine, di sofferenza e di incubi ad occhi aperti. Ed è proprio su quest’ultimi che si costruisce a poco a poco un rapporto di complicità che, nato per caso e frutto di un complesso disagio interiore, finisce con rappresentare l’inizio di un tentativo di risalita e di riscatto dai propri fallimenti.

 

“Le notti erano più lunghe dei giorni, perché di notte ero sola. […] di notte avvertivo il tormento del corpo e la tensione dei nervi. La mia mente allora aveva una lucidità che di giorno trovava di rado. Non potevo fare altro che subire i miei flussi di pensiero. In genere all'inizio erano positivi, poi finivano con interrogativi sul senso della vita e autocommiserazioni assurdo […] fin dal primissimo vagabondaggio notturno decisi che avrei rivolto il mio odio contro quelle migliaia, quei milioni di uomini, donne e bambini che nei loro letti bui e morbidi si guardano sotto le palpebre, dentro l’anima. Domani si sarebbero svegliati a fatica. Assonnati, avrebbero preso posto al tavolo della cucina o sulla tavoletta del water. Di malumore, come se avessero qualcosa di cui lagnarsi.”

(Slaap!- Dormi!, 2004)

 

 


Posted at 12:03 am by F.P.
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