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Saturday, June 11, 2005
John Fante - “Io sono Bandini”



Definito da Charles Bukowski come “il narratore più maledetto d'America”, John Fante ha lottato tutta la vita per tradurre in realtà il sogno di conquistare successo di pubblico e critica con le sue opere. Un desiderio che si realizzerà compiutamente solo dopo la morte, nel 1983, quando grazie anche all’interessamento di Bukowski vengono ristampati non solo i suoi quattro romanzi, ma anche i manoscritti inediti abbandonati nei cassetti.

In vita, Fante conobbe una buona popolarità come sceneggiatore a Hollywood fino ad arrivare ad una candidatura all’Oscar nel 1956 per la sceneggiatura del suo romanzo Full of Life. Tuttavia le sue ambizioni erano ben altre e nonostante i guadagni e il rispetto di registi e attori, Fante continuò a scontrarsi con editori e critici che accoglievano con freddezza i suoi lavori in campo letterario.

La fonte d’ispirazione che ha contribuito in maniera determinante alla stesura dei racconti e romanzi di Fante è in gran parte rappresentata da situazioni autobiografiche. Avvenimenti che hanno segnato in modo indelebile l’adolescenza e la giovinezza dello scrittore. Sono proprio i difficili rapporti con la famiglia e specialmente con il padre, le difficoltà economiche e l’ambizione di diventare uno scrittore di successo che hanno portato alla nascita del suo alter ego Arturo Bandini.

Fante usa la voce del fortunato personaggio comparso per la prima volta nel romanzo “Aspetta primavera, Bandini” per raccontare i sogni e le frustrazioni della povere gente, le difficoltà di integrazione degli immigrati italiani in America. La vita di questo simpatico antieroe è raccontata a frammenti, fotogrammi di una pellicola che solamente alla fine si ricompongono per dare forma e consistenza all’intera storia. Da qui, la sensazione che si prova leggendo le pagine dei suoi libri di trovarsi di fronte ai capitoli di un unico grande romanzo epocale.

Lo stile è lirico e al tempo stesso semplice, leggerezza e sfacciataggine si susseguono in una perfetta alternanza per regalare, anche se sembra non ci sia spazio alcuno per il romanticismo, emozioni forti e struggenti. Uno stile che grazie alla costruzione efficace dei dialoghi e all’immediatezza espressiva garantita dall’uso della prima persona si rivelerà unico e irripetibile nonostante i diversi tentativi d’imitazione.

Altro elemento distintivo che marchia in modo indelebile la produzione letteraria è l’ironia, lo “humor” per nulla convenzionale e sempre mescolato alla malinconia e al rimpianto. Davanti a certe situazioni descritte si prova quasi imbarazzati perché non si sa se è il momento di ridere, riflettere o piangere tanto è riuscito l’intento di Fante di alternare comicità e tragedia senza spezzare il ritmo della narrazione.

Il capolavoro di Fante è rappresentato senza dubbio da “Chiedi alla polvere” (Ask the dust, 1939) tipico romanzo di formazione dove si narra l’impossibile e tragica storia d’amore tra Arturo Bandini e Camilla Lopez e la solita rincorsa del successo da parte del primo. A fare da sfondo un intero universo di disadattati ed emarginati, alberghi squallidi e precarietà dove tuttavia il protagonista riesce a manifestare la sua integrità morale e la sua determinazione nonostante l’inesperienza e le contraddizioni tipiche di un ventenne.

Sorprende, in Fante, la capacità di nascondersi dietro la propria scrittura, di sparire fra le parole anche quando è marcatamente autobiografico, pur mantenendo intatto il dono di raccontarsi e raccontare. Risultato che raggiunge uno dei livelli più alti della sua carriera proprio con l’ultimo romanzo “Sogni di Bunker Hill” (Dreams from Bunker Hill, 1982), pubblicato solo un anno prima della morte avvenuta nel 1983 quando lo scrittore era quasi cieco e senza gambe per colpa del diabete.

La riscoperta di Fante, soprattutto in Europa, e la conseguente ristampa di tutte le sue opere, ha finalmente permesso di consacrare il talento di uno scrittore che ha sempre dimostrato passione e determinazione nei confronti della scrittura, che ha lottato contro i pregiudizi di chi lo considerava solo un buon sceneggiatore. Uno scrittore che voleva arrivare dritto al cuore e al cervello del lettore e che, parole di Bukowski, “Scrive con le viscere e per le viscere, con il cuore e per il cuore. Per questo, sa ogni volta come prenderci di sorpresa”.

 

“All’improvviso il mio mondo si capovolse. Il cielo precipitò. Il libro mi inchiodava. Mi vennero le lacrime agli occhi. Il cuore mi batteva forte. Lessi fino a quando mi bruciarono gli occhi. Mi portai il libro a casa. Lessi un altro libro di Anderson. Leggevo e leggevo, ed ero affranto e solo e innamorato di un libro, di molti libri, poi mi venne naturale, e mi sedetti lì, con una matita e lungo blocco di carta, e cercai di scrivere, fino a che sentii di non poter più continuare perché le parole non mi sarebbero venute come ad Anderson, ma solamente come gocce di sangue dal mio cuore”.

(Dreams from Bunker Hill - Sogni di Bunker Hill ,1982)


Posted at 12:21 am by F.P.

 

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