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Sunday, June 05, 2005
Aimee Bender – Il nuovo realismo magico



Aimee Bender, californiana, è nata nel 1969. Dopo aver frequentato un corso di creative writing all’Università della California, lavora per qualche tempo come insegnante in una scuola elementare e comincia a pubblicare i suoi primi racconti su diverse riviste letterarie del calibro di “Granta” e nel 1998 vede la luce la sua prima raccolta di racconti “The Girl in the Flammable Skirt” edita in Italia da Einaudi con il titolo “Grida il mio nome”. Sedici novelle insolite e bizzarre che, con una narrazione disincantata tipica delle favole, raccontano tematiche difficili come le passioni e le ossessioni, la malattia, le deformazioni fisiche, la morte e il sesso. Protagonisti delle storie sono personaggi stravaganti, magici e solitari. Uomini e donne che si sforzano, il più delle volte senza risultati apprezzabili, di trovare e dare un senso alla propria esistenza.

Il successo di The Girl in the Flammable Skirt ha spinto i critici letterari americani a paragonarla ad altre giovani scrittrici della sua generazione come Judy Budnitz e Julia Slavin per inserirle nella corrente del “nuovo realismo magico” che trae le sue origini dai testi di Marquez e Calvino.

In Italia, Aimee Bender, si è fatta conoscere con il racconto “Il protagonista” inserito nella bellissima raccolta edita da Minimum fax “Burned Childrens Of America”, diciotto storie inedite scritte dai più promettenti autori americani contemporanei (David Foster Wallace, Rick Moody, Jonathan Lethem, Dave Eggers e Jeffrey Eugenides per citare solo i più noti anche in Italia) e costantemente sospese tra fantasia e realtà, minimaliste e postmoderne, ironiche e al tempo stesso inquietanti e assurde.

Il talento della Bender ha trovato conferma con la pubblicazione del suo primo romanzo, “Un segno invisibile e mio” (“An Invisible Sign of My Own”, 2000) considerato dal «Los Angeles Times» come uno dei migliori libri dell’anno e che il Washington Post ha definito con una certa enfasi “leggero come una brezza e unico come un fiocco di neve”, mentre Jonathan Lethem ha precisato come la voce della Bender risulti “fresca, disarmante e bizzarra che danza sull’orlo del precipizio [...] una scoperta elettrizzante”.

In “Un segno invisibile e mio” ritornano i temi già trattati della malattia e della difficoltà di confrontarsi con gli altri e con se stessi, affrontati questa volta con tenerezza e ironia e una scrittura surreale, lirica, commovente e intrisa di tristezza. Una sorta di fiaba per adulti, divertente e con un finale macabro. Aimee Bender racconta la storia della giovane protagonista

Mona Gray, ossessionata dai numeri, con un’ascia tagliente e affilata come migliore amica e che mangia sapone per non pensare all’amore mentre tamburella con le nocche su qualsiasi oggetto di legno che le capita fra le mani. Causa del suo strano comportamento è la scoperta della strana malattia senza nome che affligge il padre cancellando i ricordi di una adolescenza felice. Quasi senza accorgersene si ritrova ad insegnare matematica in una scuola elementare ed è obbligata ad uscire dalla campana di vetro che la teneva lontana dal mondo esterno, dalle sue manie e dalle insofferenze, dai suoi problemi e dalle sue tensioni. Per mostrarci questo mondo, l’assurdità di una società che si regge su fondamenta traballanti, e le complesse relazioni fra adulti e bambini, Aimee Bender non poteva fare altro che usare la struttura tipica delle favole, perché nessun altro genere può svelare tanto in profondità l’interiorità dei protagonisti e metterne a nudo l’anima e il cuore.

 

“Non fermarti, ripeté lei, respirando appena, per favore, disse, non fermarti. Lui continuò ad accarezzarla, osservandola più da vicino, che cosa stava succedendo? E quando la schiena di lei finalmente si sollevò, e la sirena quasi prese a ansimare, lui non si fermò neanche allora, era immobile e silenzioso e la guardava, andando dalle radici alle punte, finché finalmente lei non sollevò la mano, senza fiato, e afferrò quella di lui, tenendola stretta stretta, senza smettere di ringraziarlo, niente affatto sprezzante, al contrario, grazie, grazie, finché lui non scoppiò a ridere per la sorpresa. I suoi occhi violacei erano divenuti ancora più profondi e lui pensò che il suo corpo da folletto profumasse di fiori”.

(The Girl in the Flammable Skirt - Grida il mio nome, 1998)


Posted at 06:19 pm by F.P.

Egil
March 31, 2006   07:34 AM PST
 
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