Zadie Smith è nata nel sobborgo di Londra di Willesden nel 1976 da madre giamaicana e padre inglese. Laureata a Cambridge, si è imposta prepotentemente sul palcoscenico letterario mondiale fin dal suo romanzo d’esordio, “Denti Bianchi” (White Teeth, 2000). Un debutto di quelli che lasciano il segno, critiche favorevoli e successo nelle vendite fanno diventare il libro un best seller nel giro di pochi mesi e i giornali salutano entusiasti la nascita di una nuova stella (“Finalmente una nuova scoperta letteraria” afferma il Sunday Times, “Sarcastico e irriverente, impegnato e divertito: salutiamo la nascita di un nuovo grande talento letterario” conferma The Guardian).
Protagonista di “Denti Bianchi” è l’improbabile coppia d’amici formata dall’inglese Archie, disincantato e decisamente favorevole ai compromessi che facilitano la vita, e il bengalese Samad. Musulmano convinto che mal sopporta le contraddizioni della società occidentale in cui si trova costretto a vivere e sempre pronto a criticarne la decadenza e la corruzione. E’ proprio l’incontro tra due culture e due modi di affrontare la vita tanto differenti il perno intorno al quale ruota l’intera narrazione che, partendo dalla personalità dei protagonisti, si allarga fino a toccare i temi più classici della società moderna…l’integrazione razziale, la politica, il sesso e lo scontro generazionale. Da una parte una generazione troppo legata al passato che tuttavia cerca di integrarsi nel presente pur se con effetti tragicomici, dall’altra quella più spontanea e controversa, quella di tutti quei giovani disorientati sempre alla ricerca di un pretesto per fuggire da un mondo che monopolizza la cultura, la banalizza fino a renderla piatta e monotona.
Un libro accattivante e coinvolgente, scritto con uno stile vivace dove il ritmo incalzante è una fra le componenti fondamentali del suo successo insieme al linguaggio giovane e scanzonato, ma non stereotipato. Altrettanto importante e ben riuscita è la caratterizzazione dei personaggi che risultano convincenti e affascinanti fin dalle prime battute.
Quando un libro d’esordio riceve simili attenzioni scatenando un entusiasmo collettivo, il successivo rappresenta il più delle volte un problema. Si moltiplicano le aspettative e la possibilità di non soddisfarle pienamente è tutt’altro che remota. Zadie, con “L’uomo autografo” (The Autograph Man, 2002) si è abilmente sottratta a questa eventualità. Due libri che in parte si somigliano poiché entrambi parlano di amicizia e religione, ma mentre il primo è un resoconto particolareggiato della insoddisfazione giovanile, il secondo si focalizza sulle delusioni e i bilanci che inevitabilmente si tende a fare con il passare degli anni.
Il protagonista della storia Alex-Li Tandem, madre ebrea e padre cinese, colleziona autografi, li scambia e li vende, a volte li falsifica e la sua passione si trasforma ben presto in lavoro e ossessione. Alex è un ragazzo pieno di dubbi che cerca di mascherare i suoi problemi dietro ad uno spiccato sense of humour e a buoni dosi di ironia. Intorno alla sua figura si avvicendano personaggi e situazioni geniali e talvolta eccessive, ma mai estranee alla vicenda principale. Pertanto, anche quando l’autrice sembra perdere il filo del discorso e finisce con il dilungarsi con discorsi a prima vista avulsi dal tema centrale, pagina dopo pagina si comprende quanto ogni ragionamento, ogni digressione risulti al contrario indispensabile per meglio definire il protagonista e la sua ricerca di un ruolo attivo all’interno della società. E’ in questo modo che Zadie Smith, passando tra cinema, miti generazionali e parecchia musica, coglie la ghiotta occasione di porre ancora una volta l’attenzione sui temi che più le stanno a cuore, i rapporti umani e il cambiamento che alcuni valori come amicizia, amore e rispetto delle tradizioni hanno dovuto subire per stare al passo con i tempi.
“Questo è stato il secolo degli sconosciuti, di pelle scura, gialla e bianca. Questo è stato il secolo della grande sperimentazione immigratoria. E’ solo ora che entrando in un parco giochi si può trovare Isaac Leung a pesca vicino allo stagno, Danny Rahman sul campetto di calcio, Quang O’Rourke che lancia al canestro, e Irie Jones che canticchia una melodia. Ragazzi con il nome di battesimo e il patronimico in rotta di collisione. Nomi che al loro interno celano esodi di massa, barche e aerei stracolmi, controlli medici. E’ solo ora, e magari a Willesden, che si possono trovare le due amiche del cuore, Sita e Sharon, continuamente scambiate l’una per l’altra, malgrado Sita sia bianca (a sua madre il nome piaceva) e Sharon pakistana (sua madre ha pensato che andasse bene un nome così…meno complicazioni)”.
(White Teeth - Denti Bianchi, 2000)