“White Mike si addormenta con la luce accesa e “La peste” sul petto. Sogna i grattacieli. Sogna di essere sul tetto di un grattacielo, mentre una tempesta si scatena intorno. Sotto di lui, le travi ondeggiano e tremano, scosse dal vento; sequenze di fulmini colpiscono silenziosamente la città; il tuono gli esplode nelle orecchie. Laggiù l’abitato è sfavillante e pieno di rumori, e lui è solo sulla sommità di questo palazzo. Comincia a piovere. White Mike cammina verso il bordo del tetto per poter osservare bene la distesa di costruzioni e vedere il fulmine abbattersi…la sua visuale si allontana sempre di più, come se fosse l’ultima scena di un film: le gocce di pioggia schizzano contro il metallo schiantato attorno al suo corpo.”
Nick McDonell aveva solo diciassette anni quando ha scritto il suo romanzo d’esordio e di conseguenza il paragone con Bret Easton Ellis (che scrisse “Less than zero” a diciotto) risulta immediato.
Grazie ad una prosa asciutta e limitata all’essenziale, McDonnell racconta la storia del giovane pusher White Mike e dei personaggi che gravitano nel suo mondo. Giovani insoddisfatti, il più delle volte ricchi e viziati, con genitori indifferenti o assenti. White Mike vende un nuovo tipo di droga (che da il titolo al romanzo), dagli effetti allucinanti e devastanti, ma non la consuma, rimane freddo ed estraneo in tutte le situazioni e gli incontri che gli capita di vivere. Questa freddezza sembra quasi un modo per attraversare la disperazione e il vuoto che tormenta gli altri protagonisti senza rimanerne contagiato. Da qui, probabilmente, la decisione di adottare una narrazione in terza persona quando la prima poteva sembrare una scelta più scontata per l’immediatezza espressiva che la caratterizza. White Mike racconta, ma non giudica, lo lascia fare ad altri, così come McDonnell non si perde in descrizioni a suo giudizio inutili, arriva dritto al punto scegliendo la strada più breve e utilizzando un linguaggio marcatamente giovanile, una sorta di slang che ben si addice alle situazioni descritte. Il risultato è un libro che parla di una generazione e dei suoi incubi senza adottare alcun filtro per rendere la realtà più accettabile e a tal proposito in quarta di copertina è riportato un commento di Hunter S. Thompson che avvisa il lettore di cosa si deve aspettare affrontando la lettura di Twelve: “McDonell è un vero,scrittore, il suo unico trucco è quello di scrivere la verità. Credo che farà per la sua generazione ciò che io ho fatto per la mia.”
McDonell Nick
Twelve, 229 pagg
Bompiani (Collana “Narratori stranieri Bompiani”)