Charles Bukowski è universalmente conosciuto come autore di racconti, instancabile e cinico narratore di eventi legati alla squallida e ripetitiva vita quotidiana. I luoghi sono sempre più o meno gli stessi, bar, ospedali, carceri e soprattutto la strada. Protagonisti? Personaggi borderline, sempre in bilico e sul punto di cadere. Falliti, puttane, pugili suonati, ladri e barboni alcolizzati. In mezzo a loro, inconfondibile, lo stesso autore, una via di mezzo fra l’homeless e l’artista maledetto che non rinuncia mai alle sue vere passioni, donne, alcol e scommesse.
Tematiche e ambientazioni si ripetono anche nelle poesie e non bisogna credere al “vecchio Hank” quando afferma di non essere un poeta, perché è proprio attraverso i suoi versi che si può cercare di comprendere più a fondo la sua personalità, i suoi pensieri e il suo stile unico. Per Bukowski una poesia doveva essere scritta come una lettera e questa affermazione trova concorde anche Fernanda Pivano, con la puntualizzazione che “nello scrivere queste lettere ha uno straordinario potere evocativo, immagini personalissime e una drammatica capacità di tramare ritratti inorriditi che formano microstorie della condizione umana moderna”.
Le sue poesia sono scritte utilizzando il linguaggio di tutti i giorni, lo stesso che si trova nei racconti e infatti è capitato più di una volta che un componimento poetico si tramutasse in novella, quasi come se il primo non fosse altro che una bozza, un canovaccio sul quale lavorare in seguito. Una poetica, dunque, di stampo narrativo, da leggere come un racconto o una canzone, dove il testo non obbedisce a regole metriche, ma all’esigenza di raccontare comunque una storia. Non ci sono quasi mai rime, ma un incredibile senso del ritmo, una musicalità messa al servizio della composizione.
Ciò che emerge immediatamente dalla lettura delle sue poesie è la loro linearità e semplicità, l’immediatezza espressiva che le rende simili a fiabe metropolitane. Semplicità che, tuttavia, non deve assolutamente essere confusa con superficialità e improvvisazione, ma che è frutto di studio e riflessione. Innamorato delle parole e del loro profondo significato simbolico, Bukowski ha infatti più di una volta affermato come fosse necessario “dire le cose nel modo più semplice possibile e dire lo stesso quello che è necessario dire”, quasi un manifesto che in poche parole può felicemente riassumere lo spirito di tutta la sua produzione letteraria. Originale, magari sopra le righe, ma scrittore autentico e sempre fedele al principio di voler consegnare attraverso i suoi scritti un messaggio facilmente comprensibile.
Bukowski ha sempre raccontato solo ciò che passava sotto i suoi occhi (“sono una macchina fotografica e fotografo quello che vedo”) ed è per questo motivo che la sua poetica trae ispirazione dalla memoria. La sua voce diventa meno ruvida rispetto a quella adottata in prosa, carica di ironia e dolcezza al tempo stesso. Lo sguardo dolente, disincantato, ma anche affettuoso che si allunga sui suoi personaggi consegna ai lettori versi sinceri e spietati, romantici senza scivolare nel sentimentale. Regala emozioni, incanta e se le prime poesie erano più liriche, quelle successive sono diventate più dirette con uno sforzo sempre maggiore per arrivare velocemente all’obiettivo prefissato. Ogni espediente è lecito, ma sono il ritmo incalzante, l’intensità e la provocazione a fissare i paletti lungo i quali procedere.
Nessuno conosce con precisione il numero delle poesie scritte da Bukowski, nemmeno lui lo sapeva e quando qualcuno gli chiedeva di poter leggere le più vecchie, quelle meno conosciute, rispondeva con disarmante franchezza “…non ho alcuni dei miei primi libri. La maggior parte mi sono stati rubati da persone con cui bevevo”.
Una Poesia è una città
Una poesia è una città piena di strade e tombini
Piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,
Piena di banalità e di roba da bere,
Piena di pioggia e di tuono e di periodi
Di siccità, una poesia è una città in guerra,
Una poesia è una città che chiede a una pendola perché,
Una poesia è una città che brucia,
una poesia è una città sotto le cannonate
le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,
una poesia è una città dove Dio cavalca nudo
per le strade come Lady Godiva,
dove i cani latrano di notte, e fanno scappare
la bandiera; una poesia è una città di poeti,
per lo più similissimi tra loro
e invidiosi e pieni di rancore…
Posted at 05:45 pm by F.P.