La fine di Harold - J.T.Leroy
“Resto in piedi là a fissare Harold, steso in mezzo al palmo della mia mano accanto al guscio. Non ne vuole sapere di muoversi. Lo stuzzico di nuovo col dito, ma niente. Lascio cadere a terra, di fronte a me, il guscio vuoto di Harold e il suo corpo. Mi stendo sul pavimento, con la testa accanto a lui. Chiudo gli occhi e mi metto a canticchiare a bocca chiusa una canzone che mi cantava mia madre quando mi infilavo nel letto accanto a lei, prima che finisse all’ospedale”.
Breve, ma intenso. Privo di banalità, lucido e disarmante. Abile azione di marketing? Tentativo di sfruttare al meglio l'onda lunga dei prime due best seller di J.T. Leroy? Forse, ma leggere questo racconto lungo (con testo inglese a fronte) non è una perdita di tempo.
La fine di Harold si presenta come un racconto lungo che segue lo schema delle fiabe classiche, con quel pizzico di ingenua crudeltà che le contraddistingue e si dimostra fin dalle prime pagine un piccolo capolavoro sia per la qualità della scrittura che per la ricchezza di spunti e contenuti. Ritornano le tematiche e l'universo narrativo tanto caro all'autore, un mondo di solitudine non compiaciuta e assecondata, sessualità morbosa e infanzia negata. Droga e violenza come uniche vie d'uscita. Le parole "lieto fine" non sono contemplate nel vocabolario di J.T. e la scrittura rimane il tentativo ultimo di non cedere alla tentazione dell'abbandono. Diventa, al contrario, la sola strada percorribile per subliminare il dolore e riscattarsi. Giunti all’ultima pagine, rimane comunque la certezza che nessuno, meglio di Leroy è in grado di coniugare con la medesima abilità orrore e tenerezza. Forse perché il suo pregio migliore è proprio quello di guardare il mondo che con gli stessi occhi del bambino che piange per la morte della sua piccola lumaca.
J.T.Leroy
La fine di Harold, 89 pagg
Fazi (“Collana “Lain”)