Il mondo letterario americano, circa a metà degli anni ottanta, fu investito con prepotenza da un nuovo fenomeno letterario destinato ad influenzare in modo decisivo la narrativa degli anni successivi. Una generazione di giovani scrittori, figli di Hemingway e Carver, destinati al successo e ben presto classificati come “minimalisti”. Esponente di punta del gruppo (insieme a scrittori del calibro di B.E.Ellis e David Leavitt) risulta sicuramente Jay McInerney, pur rifiutando quest’ultimo le scontate classificazioni e la scomoda etichetta di portavoce degli Yuppies e della Non Generation.
Di Carver, tuttavia, McInerney fu realmente allievo ricevendo in dote una delle caratteristiche peculiari della sua produzione letteraria. Una scrittura pulita e tagliente che arriva dritta al cuore del lettore. Una penna brillante e animata che, unita ad una massiccia dose d’ironia e frequenti colpi di scena, conquista fin dalle prime pagine. Il tutto supportato da un’abilità narrativa decisamente sopra la media. Caratteristiche, queste, che hanno convinto Fernanda Pivano a commentare in tono entusiasta i suoi testi fino a definirlo "lo stilista della letteratura americana contemporanea".
L’esordio è stato folgorante. Con “Bright lights, big city”, McInerney ha fatto irruzione nella scena letteraria contemporanea con furore, attirando immediatamente l’attenzione di critici e mass media. Naturalmente non poteva mancare il cinema, anche se la riduzione cinematografica ha sollevato più critiche che applausi. La storia è semplice, ma ben articolata e McInerney è abile nell’utilizzare tutte le esche a sua disposizione. Una location seducente e al tempo stesso inquietante come la Grande Mela degli anni ottanta, personaggi belli e affascinanti che spendono le loro giornate tra carriera, locali alla moda e polvere bianca. Una famiglia alla deriva. Abile miscela di sacro e profano, dove i momenti tragici si alternano a quelli più esilaranti con naturalezza.
Per sfuggire alla definizione di scrittore “alla moda” i suoi lavori successivi registrano una inversione di rotta. Pur rimanendo ferma l’abilità nel raccontare “storie”, le vicende narrate si fanno via via più complicate e articolate, abbracciando spazi temporali più ampi e scenografie che abbandonano i confini della città che l’ha lanciato. E’ questo il caso del romanzo “L’ultimo dei Savage” che si presenta, per usare ancora una volta le parole di Fernanda Pivano, come “il dolente ritratto di una generazione drammatica” e di “Si spengono le luci”, la sua opera più ambiziosa. Una impietosa e caustica messa in scena delle manie e ossessioni della società americana, ridicolizzata per l’assurda e ossessiva ricerca del benessere materiale.
Ciò nonostante, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto e McInerney non si sottrae alla regola con “Professione modella”, ideale seguito del primo, fortunatissimo libro. Sono cambiati i personaggi, i miti, le modelle sono più famose delle attrici e delle rock star e sta finendo un millennio. I protagonisti si muovono con apparente sicurezza fra le stanze del loro palazzo dorato, ma è solo una maschera di convenienza. Una facciata pronta a sgretolarsi e a rivelarsi in tutta la sua povertà e vacuità. Il peggior incubo? L’anonimato. Il culto sfrenato dell’apparire a discapito dell’essere. Tematiche riprese anche nella bellissima raccolta di racconti “Com’è finita”. Piccole storie di emarginazione, delinquenza e droga dove si evidenziano sentimenti estremi e la parola speranza non viene mai nominata. In poche parole, il riassunto del fallimento di un’intera generazione che nemmeno il successo nel lavoro e nelle aspettative di carriera riesce a mitigare. Sarebbero sicuramente piaciuti al maestro Carver questi racconti, scritti con un sapiente mix di ironia e disincanto e ricorrendo ad una penna tagliente che nulla lascia al caso e mai si concede al facile pietismo.
“La vita continua, la gente cambia”, e quello che ha detto Amanda. Per lei bastava. Tu volevi una spiegazione, un finale che attribuisse la colpa a chi la meritava, un finale di giustizia. Hai preso in considerazione la violenza e la riconciliazione. Ma quello che ti resta è il presentimento che la tua vita svanirà in te, come un libro letto troppo in fretta, lasciandosi dietro una labile scia di immagini e di emozioni, fino a quando non ricorderai altro che un nome.
(Bright lights, big city – Le mille luci di New York, 1984)
Posted at 04:27 pm by F.P.