Il primo romanzo di Donna Tartt, “Dio di Illusioni” (The secret history) risale ai primi anni novanta e si rivelò immediatamente un successo a livello mondiale. Era il periodo in cui suscitava grande entusiasmo la corrente letteraria dei cosiddetti minimalisti con esponenti del calibro di Jay McInerney e Bret Easton Ellis. E fu proprio quest’ultimo a consigliare l’autrice e a sostenerla durante la scrittura a tal punto da dedicargli il romanzo stesso (“Per Bret Easton Ellis, la cui generosità non cesserà mai di scaldarmi il cuore…”). Tuttavia “Dio di Illusioni” si discosta totalmente dagli scritti di matrice minimalista, infatti i protagonisti sono ben delineati, hanno personalità forti e si sforzano di ottenere successo e rispetto a qualsiasi costo. Proprio il contrario dei personaggi che animavano i libri dello stesso periodo, annoiati, disincantati e con un atteggiamento passivo nei confronti della vita (“La voce di Donna Tartt è molto differente da quella dei suoi contemporanei. Ottima scrittura, trama complicata, caratteri affascinanti ed energia intellettuale rendono il suo debutto il lavoro di gran lunga più interessante fra quelli della sua generazione. Boston Globe”).
Dio di illusioni mette in scena un percorso di formazione che a mano a mano si complica fino a raccontare una storia dall’intreccio psicologico e raffinato, dove segreti inconfessabili e frequenti colpi di scena procedono di pari passo. L’ottima caratterizzazione dei protagonisti e il talento narrativo dell’autrice messo al servizio della trama, consegnano un romanzo affascinante e coinvolgente dove i momenti descrittivi e introspettivi si alternano, senza interrompere il flusso narrativo, a pagine di follia e violenza. Cinque studenti di lettere classiche all’Hampden College nel Vermont, uniti dalla passione per il greco antico, si trovano a condividere un’amicizia che si tramuterà ben presto in complicità per nascondere un delitto commesso sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e in preda ad una sorta di trance dionisiaca. Un susseguirsi di violenze fisiche e psicologiche, inganni e bugie che porteranno il lettore ad un finale inatteso e drammatico.
L’opera prima di Donna Tartt indaga nel profondo della fragile condizione umana, parla di amicizia, di fedeltà e d’amore. Sentimenti ed emozioni che viaggiano affiancati al senso di colpa che scaturisce in seguito al crimine commesso e ai relativi dubbi di natura etica che finiscono per ossessionare i protagonisti. (“Il pregio maggiore del romanzo è nella sua meravigliosa complessità e nell’abilità dell’autrice di gestire il racconto. Una storia macabra…grande, angosciante e densa di significati. Cosmopolitan”). Il tutto portato avanti con uno stile incredibilmente accattivante, misurato, senza un aggettivo di troppo, che permette al lettore di immergersi in un mondo dal sapore antico, elegante e raffinato, quasi d'altri tempi.
Devono passare più di dieci anni prima di poter leggere il secondo romanzo di Donna Tartt, “Il piccolo amico” (The little friend). Un libro di quasi settecento pagine che per scelte linguistiche, stile e ambientazione si avvicina ai grandi romanzi della metà del secolo scorso. Un periodo così lungo fra le due pubblicazioni ha generato sicuramente enormi aspettative e il confronto con l’opera prima non poteva portare che a una netta divisione fra i commenti entusiastici e i giudizi negativi.
Il piccolo Robin ha solo nove anni quando viene trovato impiccato nel giardino di casa. Solo dopo alcuni anni la sorella Harriett, dodicenne, cercherà di fare luce sul mistero che avvolge la vicenda e che sta lentamente distruggendo la propria famiglia. Inizierà per lei un cammino angosciante fra gli incubi e le paure dell’infanzia, che metterà in discussione prima la sua famiglia e poi l’intera cittadina del Mississipi dove vive a metà degli anni settanta. “Il piccolo amico”, così come “Dio di Illusioni”, ruota intorno ad un delitto, al senso di colpa e ai doveri morali dell’individuo, ma è forse ancora più ricco di tensione e fotografa con impietosa lucidità la fragilità umana di fronte all’eterno conflitto fra Bene e Male. Ne scaturisce un romanzo di grande equilibrio stilistico dove tutti i personaggi sono perfettamente rappresentati nella loro complessa psicologia.
Dieci anni per scrivere il primo libro e altrettanti per il secondo, ma i risultati hanno indubbiamente giustificato l’attesa. Non una questione di pigrizia o di scarsa vena creativa, ma solamente una presa di coscienza che ci sono tempi e ritmi da rispettare come spiega l’autrice stessa, “Mentre scrivevo il primo libro il mio telefono non squillava mai e a nessuno importava se e quando l’avrei finito. Nelle sue lettere a un giovane poeta Rilke diceva che bisognava approfittare di quel momento magico quando nessuno ti conosce, poi tutto cambia. Per scrivere si ha bisogno di solitudine. Essere corteggiati è bellissimo ma si rischia di morire. Ti chiamano per conferenze, la gente vuole parlare con te. Si è uccisi dalla gentilezza e poi si uccide la scrittura. Io ho trovato il mio equilibrio. Mi devo raccogliere altrimenti non funziona” (La Stampa).
“E’ stato magnifico. Torce, vertigini, canti. Lupi ululanti attorno a noi, e un toro che mugghiava nel buio. Il fiume scorreva candido. Ricordo d’aver pensato di trovarmi come in un film a fotogrammi accelerati, la luna che cresceva e svaniva, le nuvole che correvano attraverso il cielo; le viti che si sviluppavano dal terreno così rapidamente che si avvolgevano intorno agli alberi come serpenti. Mi sentivo come un infante, non ricordavo il mio nome. Le piante dei piedi, ferite in più punti, non mi dolevano affatto…”
(The Secret History, Dio di illusioni, 1992)
Posted at 03:14 pm by F.P.