Stepping Stone

ESISTONO DUE CATEGORIE DI LIBRI: I LIBRI PER ADESSO E I LIBRI PER SEMPRE






rss feed



Friday, April 08, 2005
Douglas Coupland – Una generazione allo specchio



Douglas Coupland pubblica il suo primo libro nel 1991 e sicuramente non poteva immaginare che il titolo del suo romanzo sarebbe stato universalmente adottato, negli anni successivi, per definire e catalogare un’intera generazione. Generazione X diviene immediatamente la bibbia, il verbo, di una popolazione giovanile che, approssimandosi alla fine del millennio, è alla ricerca di risposte e prova a ritagliarsi uno spazio nella società (“Qual è il momento preciso che per te definisce esattamente il senso della vita su questo pianeta? Cosa ti resterà da portare via?”) Nel libro di Coupland si descrive l’ansia, il pessimismo e la passività nei confronti di un fallimento annunciato da parte di un’intera generazione. Fotografia impietosa e nitida, nessun filtro ad impreziosire e rivalutare la realtà. Senza valori e ideali, privati di qualsiasi punto di riferimento, i giovani protagonisti hanno come unico scopo quello di ritagliarsi uno spazio anonimo che consenta loro di “sopravvivere”.

La voce di Coupland è sempre lucida, a tratti commovente nella sua semplicità, disincantata e colpisce immediatamente per l’abilità nel descrivere il mondo giovanile in tutte le sue sfaccettature. Grande attenzione ai dialoghi, ottima caratterizzazione dei personaggi e tendenza a sdrammatizzare anche le situazioni più terribili senza scivolare mai nel retorico e banale, sono le altre motivazioni che stanno alla base del successo mondiale di Generazione X.

Il secondo romanzo dell’autore canadese vede la luce l’anno successivo. Il titolo in lingua originale è Shampoo Planet, ma in Italia esce come Generazione Shampoo con l’intento evidente di sfruttare il successo del libro precedente. I protagonisti sono sempre giovani e alle prese con i problemi tipici della loro età. Problemi che, per il protagonista Tyler, si riassumono nella difficile ricerca di un posto di lavoro in una multinazionale. Tutto ciò che gli ruota intorno è privo d’importanza, situazioni che fanno da corollario ad una esistenza priva di soddisfazioni e sostanzialmente apatica. Una madre ex hippie che lo tormenta con le sue ideologie da figlia dei fiori che non vuole accettare il passare del tempo, una fidanzata che non ama e la squallida vita di provincia che offre come unico svago pomeriggi interminabili passati a girovagare per i centri commerciali. L’intero libro è pervaso da una amarezza di fondo che viene però attenuata da una vena ironica e tragicomica che alleggerisce la lettura senza tuttavia sminuirla. In poche parole si può affermare che serpeggia ovunque un atteggiamento pessimista, ma sempre con il sorriso sulle labbra tipico di chi affronta la vita con una buona dose di sfacciataggine e incoscienza.

“La vita dopo Dio” (Life after God, 1993) segna il passaggio di Coupland dal romanzo ai racconti. Si tratta di brani brevi, al massimo di due pagine, che cercano di raccontare come si sviluppa il percorso di formazione e formazione della generazione X che oramai è cresciuta, ma continua ad essere tormentata dai dubbi, da un senso di inadeguatezza nei confronti della vita e che si trova anche a fare i conti con l’assenza di un Dio al quale affidarsi. Con uno stile arido e senza  troppi giri di parole, Coupland mette in scena la rappresentazione di una società che per crescere si concentra solo su se stessa, senza affidarsi a falsi idoli e guide inaffidabili. Il testo è corredato da bellissimi disegni che completano e arricchiscono la struttura dei racconti.

A costo di apparire ripetitivo, anche il terzo libro “Microservi” (1995) focalizza l’attenzione sulle aspirazioni e le emozioni di un gruppo di giovani che si sforzano di riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa di qualsiasi valore etico e morale. Questa volta però i protagonisti, un gruppo di dipendenti della Microsoft, il lavoro presso una multinazionale l’hanno trovato, ma decidono di abbandonarlo per mettersi in proprio e sviluppare da solo prodotti software. Un tentativo di allontanarsi dai ritmi forsennati e dall’alienazione tipica di una società dove l’unico obiettivo è arrivare in cima alla piramide, fare carriera.

Coupland si domanda, allora, se è possibile sfuggire a questo squilibrio, ricominciare a intrecciare rapporti sociali più costruttivi ed inserire il concetto di lavoro in un contesto più ampio e umano. Scritto come se si trattasse il diario di uno dei Microservi, il romanzo è veloce e divertente, con un ritmo e un linguaggio moderno tipico della tecnologia informatica. Non siamo più di fronte alla Generazione X, ma alla “bit generation”, benestante, ipertecnologica, ma ancora confusa.

“Fidanzata in coma” (1997) segna un radicale cambiamento nello stile e nelle tematiche dell’autore di Vancouver. Si racconta la storia di un gruppo di amici alla fine degli anni settanta, turbata prima dalla morte improvvisa di uno di loro per leucemia (Jared) e poi per la caduta in coma di Karen senza alcun motivo apparente. Si sveglierà solo dopo diciassette anni, un tempo lunghissimo durante il quale i suoi amici sono cresciuti, hanno fatto esperienze diverse, si sono dovuti scontrare con passioni, emozioni e fallimenti. Hanno vissuto, in sintesi, tutte le contraddizioni e le ansie, la vacuità tipica degli anni ottanta. Si tratta sicuramente di una storia molto originale, con risvolti autobiografici (L’intera vicenda si svolge a Vancouver) e probabilmente la più sentita e personale di Coupland. La voce narrante si alterna fra due personaggi e se la scelta appare indiscutibilmente interessante, tuttavia insieme al salto temporale e alla complessità della materia trattata (Karen si risveglia per annunciare la fine del mondo) si corre il rischio di perdere in omogeneità e lucidità anche se Coupland si sforza di mantenere sempre elevata l’attenzione sui suoi personaggi. Descritti, come suo solito, senza falsi moralismi e con drammatica partecipazione.

Le altre tappe della crescita e della maturazione stilistica di Coupland, traguardi intermedi del suo percorso narrativo legato indissolubilmente al tentativo di spiegare le motivazioni del fallimento della generazione dei suoi contemporanei, sono rappresentate da “Miss Wyoming” (1999) e “La sacra famiglia” (2001), titolo orribile quest’ultimo utilizzato per tradurre il ben più caustico e centrato “All families are psychotic”.

Il primo dei due rappresenta una sorta di passaggio intermedio verso la sterzata decisiva che si riscontra nel secondo. In “Miss Wyoming” ci parla di un nuovo fallimento, quello di Susan e John che non sono riusciti a salire a bordo del carrozzone mediatico hollywoodiano. Ancora giovani, ma in procinto di superare l’immaginario spartiacque rappresentato dai trenta anni, sono entrambi coscienti di aver imboccato la via del tramonto senza neppure aver visto completamente la luce. Quando si incontrano casualmente in un ristorante di Beverly Hills, comprendono la necessità di dover cambiare qualcosa nelle loro vite, una sterzata improvvisa che permetta loro di ottenere una nuova possibilità.

Con una scrittura tagliente e al tempo stesso decisamente accattivante, Coupland riesce a mixare con successo delusione e speranze, fallimenti e aspettative di una coppia di personaggi che si fanno amare per la loro simpatia e la forza dei sentimenti.

“All families are psychotic”, come già anticipato, rappresenta forse l’inizio di un nuovo modo di narrare da parte di Coupland. I primi romanzi erano decisamente di stampo minimalista, la storia era al servizio dei personaggi e dell’autore stesso che se ne serviva per sintetizzare le proprie opinioni e processare un mondo che non girava per il verso giusto. La trama non era poi così importante, quasi in secondo piano di fronte a emozioni e sentimenti, non accadeva niente di eclatante, se non una sorta di sopravvivenza al vuoto. In questo romanzo, al contrario, succede di tutto. Raccontando le vicende di una famiglia decisamente sopra le righe, Coupland riesce ad allargare il suo sguardo fino ad abbracciare l’intera società americana (vista con il distacco necessario di uno che americano non è). Il libro procede mediante il resoconto di piccoli episodi di vita che, poco alla volta, ci fanno conoscere i vari componenti della famiglia Drummond. Personaggi strani, pieni di nevrosi, allucinanti e alle prese con i più svariati problemi che, grazie ad una narrazione contraddistinta da un linguaggio scarno e incisivo, diventano il simbolo di tutto ciò che è sbagliato e irritante nel mondo di fine millennio, fino a disegnare un ritratto impietoso e dettagliato dell’intera umanità, ma che regala alla fine un sottile quanto inaspettato barlume di speranza.

Non ci resta altro che attendere di leggere i non ancora tradotti “Hey Nostradamus” (2003), “Eleanor Rigby” (2004) e il seguito de “I Microservi” (annunciato sul sito dell’autore per la fine del 2005) per approfondire la conoscenza con una voce che fin “dal suo esordio con Generazione X, continua a tenere d’occhio quanto si muove all’estremità nord occidentale del continente americano dove prende forma quel mescolarsi di tecnologia – Microsoft, Boeing e grandi studios tv hanno sede da quelle parti – e nuova spiritualità (L’Espresso)”

 

“La sera è fredda e le stelle scintillano e io mi chiedo cosa protegga il nostro mondo dallo spazio esterno. Mi chiedo cosa ci permetta di conservare la nostra aria, cosa impedisca al nostro ossigeno e azoto e argon di venire risucchiati per sempre nei cieli. Il nostro mondo è così piccolo, così freddo davanti al tutto.”

(Shampoo Planet - Generazione Shampoo, 1992) 


Posted at 12:28 am by F.P.

 

Leave a Comment:

Name


Homepage (optional)


Comments




Previous Entry Home Next Entry