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Sunday, April 10, 2005
J.T. Leroy - L’innocenza smarrita (o forse “venduta”)



Caso Letterario. Non si può definire altrimenti il personaggio J.T. Leroy e la sua produzione letteraria. Critici in fermento, paragoni che si sprecano e recensioni a dir poco entusiaste su ogni rivista che possieda un angolo di critica letteraria o di costume. Perché J.T. non è solo uno scrittore di talento, ma anche un personaggio che catalizza l’attenzione dei media. Di lui si sa poco o nulla, le fotografie sono rare, ma riempie ugualmente le pagine dei giornali.

Dopo aver diffuso i suoi racconti tramite riviste e web sotto lo pseudonimo di Terminator, pubblica il suo romanzo “Sarah” e inizia la favola del nuovo “bambino prodigio”. Il talento di Leroy si manifesta immediatamente e la sua abilità nel miscelare corruzione, depravazione, purezza e stupore infantile conquista un’ampia platea di lettori. Protagonista un adolescente e la sua storia, “un romanzo di formazione che suona come una favola perversa, un’Alice nel paese delle meraviglie in acido" (New York Times Book Review). Nessun filtro, ma solo il racconto, a tratti ingenuo e disarmante, di quello che i suoi occhi non ancora corrotti osservano e che la memoria ancora limpida aiuta a ricordare. Un susseguirsi di emozioni e situazioni che contribuiscono alla sua formazione nel bene e nel male, perché innocenza e speranza si possono trovare anche nei luoghi più impensabili come i parcheggi per i camion dove la giovane madre si prostituisce.

Ancora più autobiografico e sicuramente più duro e intenso, “Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa”, non fa altro che confermare e rafforzare le critiche positive. La scrittura è potente, folle, struggente e un alone di tenerezza infinita, d’amore e di speranza aleggia su ogni pagina. Anche su quelle che indugiano sulle situazioni più scabrose e prive di moralità. J.T. osserva ciò che lo circonda e racconta la vicenda senza nascondersi dietro a paraventi di falsa retorica. Pagina dopo pagina, il lettore viene privato di ogni certezza, di ogni facile consolazione e si trova catapultato nel mondo di Jeremiah, fino a diventarne complice nella ricerca toccante e disperata d’amore e attenzione. Forse ha davvero ragione chi, come Tom Waits, s’è preoccupato d’avvisare il lettore che “per finire il suo nuovo libro avrete bisogno di fazzoletti e anestetico”.

Tematiche, quelle trattate nei primi due romanzi, che si possono ritrovare anche nell’ultima pubblicazione di Leroy, “La fine di Harold” uscito in America su McSweeny's, la rivista di culto diretta da Dave Eggers (edito in Italia da Fazi come i precedenti, ma con testo a fronte in lingua originale). Racconto lungo che segue lo schema delle fiabe classiche, con quel pizzico di ingenua crudeltà che le contraddistingue, si dimostra fin dalle prime pagine un piccolo capolavoro sia per la qualità della scrittura che per la ricchezza di spunti e contenuti. Manca, tuttavia, il lieto fine per chiudere il cerchio di questa favola surreale e grottesca. Non è sufficiente, infatti, il pianto liberatorio finale a cancellare l’orrore e la perversione che accompagnano il protagonista del racconto. Si tratta solo di un grido disperato, quasi una preghiera per ricordare al lettore che chi racconta, nonostante tutto, è solo un ragazzino.

Dietro a tutte queste considerazioni, alla sensazione di smarrimento e fastidio che può provocare la lettura dei romanzi di J.T.Leroy, rimane comunque la certezza che nessuno, meglio di lui, è riuscito fino ad ora a coniugare con la medesima abilità e leggerezza orrore e tenerezza. Forse perché non ha fatto altro che guardare il mondo che lo circonda senza mai abbassare lo sguardo per descriverlo, infine, con gli stessi occhi del bambino che piange per la morte della sua piccola lumaca.

 

“Resto in piedi là a fissare Harold, steso in mezzo al palmo della mia mano accanto al guscio. Non ne vuole sapere di muoversi. Lo stuzzico di nuovo col dito, ma niente. Lascio cadere a terra, di fronte a me, il guscio vuoto di Harold e il suo corpo. Mi stendo sul pavimento, con la testa accanto a lui. Chiudo gli occhi e mi metto a canticchiare a bocca chiusa una canzone che mi cantava mia madre quando mi infilavo nel letto accanto a lei, prima che finisse all’ospedale”.

(Harold’s End – La fine di Harold, 2001)



Posted at 09:47 pm by F.P.

 

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