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Tuesday, April 19, 2005
Lawrence Ferlinghetti – La poesia può davvero cambiare il mondo?



Lawrence Ferlinghetti è nato a Yonkers nel 1919. Studiò alla "University of North Carolina" a Chapel Hill  dove divenne ben presto il direttore del giornale. Dopo la laurea e la seconda guerra mondiale in marina, Ferlinghetti decise di andare in Francia per conseguire il dottorato di laurea in poesia alla Sorbona di Parigi. Al suo ritorno Negli Stati Uniti si stabilì a San Francisco e con l’amico Peter Martin fondò il giornale "City Lights" con la sperare di dare una spinta al fermento letterario di quegli anni. Esperienza che precedette quella dell’apertura di una libreria con lo stesso nome del giornale (“The City Lights Bookstore”) e che ancora adesso si trova nello stesso posto di allora.

Accanto all’occupazione primaria di scrittore, Ferlinghetti si dedica a diverse altre attività e allarga i suoi interessi occupandosi di critica letteraria, giornalismo, editoria, pittura e fotografia.

Ferlinghetti pubblicò la sua prima raccolta di poesie "Pictures from a Gone World" nel 1955 per la casa editrice nata sull’onda del successo del giornale e della libreria e la seconda "A Coney island of the mind” nel 1958 e fu propria questa raccolta decretarne l’unanime successo di pubblico e critica. Quando la City Lights si trasforma anche in casa editrice, Ferlinghetti diventa l’editore di molti scrittori che insieme a lui scriveranno alcune fra le pagine più belle del rinascimento letterario americano. Nella collana Pockets Poets si possono trovare pertanto le opere di scrittori del calibro di Kenneth Rexroth, Robert Duncan, Denise Levertov, Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Proprio insieme a quest’ultimo (a causa della pubblicazione di "Howl" dovette subire un processo, che si concluse con una completa assoluzione dall’accusa di oscenità), a Corso, Kerouac e Burroughs diede vita al fenomeno della "Beat Generation", un movimento culturale e artistico teso a contrapporsi alla statica posizione letteraria di quegli anni, all’eccessivo consumismo e alla stereotipizzazione di idee, pensieri e modi di vivere. Il tutto partendo dalla presupposto che l’arte è forza dell’idea, religione dell’anima  e che tramite la forza della sua espressione fosse possibile recuperare valori e ideali smarriti.

Si può ricollegare a questa concezione della poesia il saggio pubblicato nel 1958 sul “Chicago Review” dove si può leggere qualcosa di simile ad una manifesto letterario “…la poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata “poesia di strada”, perché consiste nel far uscire il poeta dal suo interiore santuario estetico dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico. Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia silenziosa. Ma la poesia di cui parlo qui è poesia parlata, poesia concepita come messaggio orale. A volte è stata letta col jazz, a volte no... quello che importa è che questa poesia usa gli occhi e le orecchie come non sono mai stati usati per molti anni".

La poesia di Ferlinghetti è una splendida testimonianza dei mutamenti di costume, tendenze e linguaggio del secolo appena terminato. A prima vista può sembrare semplice e scorrevole, densa di concetti, immagini e colori pieni di vita. Soprattutto questi ultimi sono alla base della ricerca di una relazione quasi inscindibile fra la scrittura e l’espressionismo astratto in modo da poter fornire alla parola una connotazione visiva. Concetto ben spiegato dal biografo Cherkovski che riassume il tentativo di Ferlinghetti in poche righe: “… voleva disporre i versi in modo che il loro aspetto aiutasse ad esprimere il messaggio [….] poesie non più costituite da strofe ma da "gruppi di parole sistemati sulla pagina secondo l'importanza o il significato o l'umore dell'immagine o del concetto espresso". Tentativo riuscito grazie ad uno stile asciutto e molto ritmato che alterna l’uso della lingua madre a quello del francese, dell’italiano e dello spagnolo. Una poetica che va dritta al cuore del lettore, che cerca di illuminare gli angoli nascosti e dimenticati dell‘animo umano per riportare in superficie sensazioni ed emozioni troppo a lungo sacrificate alle esigenze di una società che corre troppo velocemente provocando solitudine e alienazione.

 

Metti ancora il vino nella bottiglia

Prima che si rompa il bicchiere di cristallo

La festa è finita

Addio
Una nuova festa è quasi finita
Una nuova razza di uomini
come ha detto Henry Miller
molto tempo fa
Una razza di barbari
che non ha oltrepassato le porte
ma è cresciuta dentro
Loro hanno fatto la Casa Bianca
in un Bianco Cavallo
il loro Cavallo di Troia
pieno di civili soldati
con armi di distruzione grossolana
quale è un nuovo nome per i loro cervelli
o quello che potrebbe essere diagnosticato come
le loro patologiche personalità
Questi mastermind
del ventunesimo secolo

e il loro Progetto per il Nuovo Secolo

 

E io ho sentito il Saggio Astronomo
dire la storia delle stelle
in cui le costellazioni hanno cospirato
per ucciderci tutti
al di là del puro hubris
e dell’Imperativo Territoriale
da quando noi eravamo contro
il loro dominio totale dell’universo
Ed esse assoldarono questi terrestri

In un Bianco Cavallo

perché lo facessero per loro!

 

(Dalla raccolta “Blind Poet” – “Poeta cieco”, 2003)



Posted at 09:13 pm by F.P.

 

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