Un palcoscenico a cielo aperto, dispersivo e claustrofobico al tempo stesso come solo gli Stati Uniti possono essere. In scena nevrosi, fobie, piccole e grandi manie. Passioni e delusioni. Personaggi enigmatici e carismatici che si muovono in perenne equilibrio precario. Figure border-line sempre sul punto di oltrepassare la sottile linea invisibile tra follia e genialità. Una voce fuori campo che spiega le regole del gioco, crea miti e poi li distrugge. Tagliente e a tratti fastidiosa, ma sempre lucida e perfettamente cadenzata. La voce di Chuck Palahniuk, miscela esplosiva di velocità, ritmo ossessivo e adrenalina pura.
Scrittore di culto fin dal primo romanzo, Fight Club, ogni sua nuova pubblicazione è attesa da un numero sempre maggiore di affezionati lettori. Un pubblico che non si limita a comprare i libri, ma che affolla le presentazioni e i reading che diventano vere e proprie performance degne di una rock star, con tanto di svenimenti, urla e code interminabili di fan a caccia di autografi.
Le sue opere sono caratterizzate da trame ingarbugliate, frequenti colpi di scena, ribaltamenti di ruoli dove i colpevoli diventano vittime e viceversa, il tutto supportato da espedienti ingegnosi e trovate demenziali. Atmosfere ricche di tensione e massicce dosi di ironia, senza mai tralasciare i momenti di profonda riflessione e di caustica analisi del tessuto sociale. Non rimane molto spazio per i sentimenti e se, talvolta, sembra affacciarsi un tenue barlume di speranza è solo per far posto ad una sensazione di sconfitta imminente, una forte carica auto distruttiva e un nichilismo senza possibilità di replica.
La critica americana sembra concorde (!) nel definirlo un genio, il cinema lo corteggia e dopo il cult movie Fight Club altri progetti sono in avanzato stato di lavorazione…e i colleghi scrittori per una volta lasciano da parte l’invidia e si dichiarano entusiasti dei suoi libri, a tal punto che Bret Easton Ellis ha dichiarato che “forse la nostra generazione ha trovato il suo DeLillo”. Se si può parlare di punti di contatto con quest’ultimo grazie alla comune abilità di analizzare e, a tratti, ridicolizzare gli eccessi della società, molti altri sono stati gli accostamenti ai grandi della letteratura contemporanea. S’è parlato di black humor alla Vonnegut, di surrealismo in puro stile Pynchon, tuttavia Palahniuk ha saputo ritagliarsi uno spazio unico e personale nel panorama letterario grazie alle sue trame visionarie, spesso prossime al misticismo, ma sempre e comunque caratterizzate da quel minimo di credibilità necessaria per rimanere attaccato al quotidiano e stimolare l’immaginario collettivo costantemente alla ricerca di eroi facilmente riproducibili.
Il ritratto a tinte forti che prende forma nei libri di Palahniuk, ironico e feroce di un’America che sta esaurendo anche le ultime speranze, è tratteggiato con una scrittura unica e innovativa. Essenziale, limato, senza troppi avverbi o giri di parole inutili. Ricco di interruzioni posizionate ad arte in modo tale da variare il ritmo senza tuttavia provocare cali di tensione. Ripetizioni che conferiscono alle parole un movimento circolare che sembra prima portare ad una implosione che non ha nulla di catartico, ma che pagina dopo pagina si manifesta con prepotenza devastando e contagiando ogni singola situazione e personaggio.
“Se stai per metterti a leggere, evita.
Tra un paio di pagine vorrai essere da un’altra parte. Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finché sei ancora intero.
Salvati.
Ci sarà pure qualcosa di meglio alla tv. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti a un corso serale. Diventare un dottore. Così magari riesci a tirare su due soldi. Ti regali una cena fuori. Ti tingi i capelli.
Tanto, ringiovanire non ringiovanisci.
Quello che succede qui all’inizio ti farà incazzare.
E poi sarà sempre peggio.”
(Choke – Soffocare, 2001)
Posted at 08:50 pm by F.P.