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Friday, May 06, 2005
Bret Easton Ellis - Minimalismo e post minimalismo



Bret Easton Ellis è nato a Los Angeles nel 1964 e attualmente vive tra New York e Richmond, in Virginia. Cantore del disincanto, nei suoi testi si raccontano esistenze fatte di droga, di violenza gratuita e fine a se stessa. Personaggi e situazioni senza moralità, senza passione, con l’unico scopo di vincere o quanto meno alleviare la noia e un profondo senso d’inadeguatezza nei confronti della vita.

Il suo stile incisivo, figlio della vacuità degli anni ’80 e della cultura del nulla propria del periodo, è veloce e asciutto e non si perde in inutili virtuosismi o artifici letterari. Scorrevole e vivace, la tecnica narrativa sembra ispirarsi ai video-clip e, non a caso, più di una volta Ellis è stato definito come il portavoce della MTV generation. Definizione che, pur apparendo limitativa, è suffragata dall’ammissione di Ellis a riguardo dell’influenza che "il cinema, la tv e il rock” hanno esercitato sulla sua produzione letteraria.

Il suo esordio, con il romanzo Meno di Zero (Less than zero, 1985), l’ha immediatamente consacrato come l’erede principale della corrente postmoderna americana passata attraverso il setaccio del minimalismo. Un esordio che ha fatto immediatamente gridare al capolavoro e che è stato salutato come una ventata d’aria fresca nel panorama letterario americano. Non a caso Fernanda Pivano, profonda conoscitrice della letteratura d’oltre oceano, nella prefazione al romanzo scrisse che “… la sapienza stilistica di Ellis fa pensare a un vecchio professionista; ma scaturiscono dalle pagine un'energia, una disperazione, che rivelano tutta l'adolescenza dell'autore”.

Lo stile adottato e le storie narrate nelle pagine del romanzo sono senza dubbio accattivanti. Protagonisti belli e dannati, convinti del loro ruolo vagamente decadente e a volte fin troppo patinati da sembrare falsi. Nonostante gli agi, la vita mondana e una situazione socioeconomica privilegiata (“…cos'è giusto? Se si vuole una cosa è giusto prendersela. Se si vuole fare una cosa è giusto farla”), spendono le loro giornate in un profondo stato d’angoscia, in uno stato d’assenza totale di valori e ideali. Partendo da queste considerazioni, si può quindi affermare senza timore d’essere smentiti, che il merito di Ellis è quello di aver saputo rappresentare, in modo incisivo e con una naturalezza a tratti sconcertante, il malessere della gioventù di quel decennio. La lettura di Less than zero, romanzo nichilista ai massimi termini, lascia nel lettore un’incredibile sensazione di tristezza e malinconia, ma spinge al tempo stesso a profonde considerazioni sul male di vivere dell’ultima generazione perduta.

Il secondo romanzo di Ellis, Le regole dell’attrazione (The Rules of Attraction, 1987), si configura come un ulteriore pezzo del mosaico destinato a rappresentare il vuoto spirituale degli anni ’80, tematica ricorrente e inesauribile fonte d’ispirazione per l’autore. Ingiustamente sottovalutato, fino ad essere considerato quasi un’opera minore, il romanzo completa quanto iniziato con Less than Zero, ma con una maggiore consapevolezza dei propri mezzi narrativi. Lo stile gelido, quasi sempre distaccato e una narrazione priva di simpatia o compassione nei confronti dei protagonisti, dove la tecnica narrativa ispirata ai video-clip è condotta magistralmente all’estremo delle sue possibilità, qualificano l’opera come la migliore dal punto di vista stilistico e dell’originalità. I personaggi, spiati da Ellis mantenendo una distanza di sicurezza, sono in apparenza cinici e sicuri di se stessi, salvo poi manifestare una realtà ben diversa dove non ci sono sogni, speranze. Nessuna aspettativa, ne tantomeno obiettivi da raggiungere (“…le cose attorno a me, mi deprimono, sembrano definire la mia penosa esistenza, è tutto talmente noioso…tutto mi deprime immensamente”).

Il romanzo è costituito da un caleidoscopio d’avvenimenti e situazioni raccontati in prima persona dai quattro protagonisti, dove l’inizio e il finale sono strettamente collegati. Conseguenza uno dell’altro, per fornire una volta di più la sensazione d’immobilità della situazione e degli avvenimenti, nonché la totale mancanza di speranza in un possibile cambiamento.

American Psycho (1991) rappresenta con certezza lo zenit narrativo di Ellis. Pubblicato dopo alcune vicissitudini editoriali dovute al rifiuto dell’opera da parte della casa editrice che aveva già pagato all’autore un cospicuo anticipo, è sicuramente un romanzo sconvolgente. Un testo che può creare profonde e contrastanti reazioni nel lettore per il cinismo e la spietatezza, ma che al tempo stesso sa essere coinvolgente e stimolare la lettura. Con quest’opera, Ellis mette in scena un viaggio senza possibilità di ritorno nella follia, nell’orrore. Pazzia che aumenta a mano a mano che il libro procede fino ad esplodere completamente verso la fine, dove ci si rende conto che il protagonista è oramai prigioniero di se stesso e dei propri incubi visionari. Con il solito stile ineccepibile, una precisione quasi chirurgica nella scelta degli espedienti narrativi ed una prosa adulta, mai ridondante e auto referenziale, l’autore consegna un trattato sociologico dove le paure dell’inconscio e l’incomunicabilità umana sono messe impietosamente a nudo. Ellis, tramite un utilizzo delle descrizioni analitiche e minimaliste, a tratti esasperante, ma funzionale allo scopo prefissato mette a confronto due diversi tipi d’orrore.  Quello degli omicidi, del sangue e delle perversioni più efferate perpetrate dal protagonista senza rimorsi e quello del clima di totale amoralità e disimpegno della società e dei comprimari che lo circondano. Forse è proprio questo secondo aspetto il più terribile, quello che terrorizza maggiormente. La solitudine di un mostro fra mostri peggiori di lui, che vivono nell’indifferenza, nella più totale amoralità e superficialità.  Il tutto condito da un humour nero a tratti involontario e marcatamente fumettistico. Ellis, con American Psycho, si conferma una volta di più un vero maestro nell’uso distaccato di un’ironia caustica e dolente e nella descrizione d’esistenze vuote sopraffatte da una condizione sociale tutt’altro che sorpassata.

La quarta pubblicazione di Ellis è una raccolta di racconti, Acqua dal sole (The Informers, 1994). Tredici episodi ambientati a Los Angeles, una città dove tutto può accadere. Protagonisti sono giovani ricchi e viziati (una costante), rock star dedite alle droghe e a pratiche sessuali estreme, madri e mogli in crisi e padri che cercano inutilmente di ricucire rapporti con i propri figli, perfino un moderno vampiro più simile ad una star di Hollywood che all’icona inflazionata del principe della notte. Si raccontano esistenze basate sulla droga, permeate di violenza e sopraffazione. Non c’è traccia di moralità, di passione come se tutti gli avvenimenti, compresi quelli estremi con sviluppi atroci e irreparabili, non fossero altro che diretta conseguenza della vita stessa e come tali degni d’essere raccontato in stile documentarista e distaccato. Allievo di Carver e Fitzgerald, profondo conoscitore ed estimatore di Hemingway, Ellis si dimostra maestro anche nel racconto, dominando la scena con sapiente maestria narrativa e sicurezza.

“Acqua dal sole” è composto da racconti di diverso livello, alcuni non sembrano aggiungere molto a quanto narrato nelle opere precedenti, mentre nei rimanenti Ellis si sforza di cercare nuovi espedienti narrativi, seguire altre strade o ripercorrere le vecchie ma con maggiore intensità e vigore sperimentale. Ciò avviene principalmente in quelli venati da un sottile umorismo nero, dove l’orrore (retaggio di American Psycho) è legato non alla presunta diversità dei protagonisti, ma alla loro normalità. L’opera è meno compatta ed omogenea dei lavori precedenti, sicuramente non ne possiede la forza e l’immediatezza, ma risulta comunque apprezzabile il tentativo di Ellis di rimettersi in discussione dopo il clamoroso successo di American Psycho.

“Una gran collezione di paradossi: di verità e bugie, di bellezza e paure, di sani principi e depravazione da un maestro di stile…”, queste sono le parole utilizzate dall’autorevole rivista The Observer per introdurre l’ultimo romanzo in ordine di tempo di Bret Easton Ellis, Glamorama (1999).

Protagonista del libro è Victor Ward, giove e bellissimo fotomodello che vive in un vortice patinato e pervaso da una follia isterica e contagiosa. Ossessionato dalle droghe e dal mito dell’apparire che soppianta l’essere, il personaggio cerca di districarsi fra le spire di un mondo sfavillante ed effimero, che non riesce a nascondere le crepe che lo stanno portando alla decadenza. Ellis segue Victor come un cameraman nascosto dietro alla macchina da presa, un occhio curioso ed insistente che riprende senza soluzione di continuità la scena. La forza del romanzo sta proprio nella scrittura veloce, tipica di un film trash o di un b-movie, dove sono i dialoghi a trionfare. Conversazioni vivaci, a tratti surreali e sul filo del non-sense, molto spesso imprevedibili. Frasi ad effetto, spietatamente caustiche ed ironiche, architettate con lo scopo di demolire il mito della bellezza effimera, della celebrità, dell’apparire a tutti i costi. Analizzando Glamorama non dal punto di vista della trama (a dire il vero un poco confusa e irrisolta nonché pretenziosa), ma del contenuto e del messaggio che l’autore vuole consegnare al lettore, ci si trova davanti ad una denuncia esplicita dei falsi miti e valori degli anni ’90. In poche parole si riparte da dove Less than Zero e American Psycho erano finiti.

La parte migliore è sicuramente la prima, quella che ci mostra il protagonista nel suo habitat naturale, quello del Jet Set newyorchese. La narrazione si dipana sotto una luce strana, a scatti e frammentata, che attrae e respinge al tempo stesso, una fotografia dove sono importanti i particolari, i dettagli, perché di quest’ultimi è composta la realtà angosciante del protagonista. Un mondo che, nonostante si mostri insignificante e vuoto, dove i rapporti fra le persone non vanno al di la di una mera conoscenza fisica e superficiale, rappresenta la vera ossessione di Victor. Tutto è superficie e rappresentazione, con una sensazione papabile e continua di mancata demarcazione dei confini entro i quali agire e rapportarsi con il mondo che ruota intorno e dentro il protagonista (…we'll slide down the surface of thing…).

La seconda parte cade lievemente di tono nel momento in cui dal dorato mondo della moda e dei club si passa alla realtà ancora più cruda, rappresentata da una pseudo e non ben identificata cellula terroristica. Ellis sembra perdere il filo della narrazione e il lettore si trova catapultato nell’orrore. Lo stesso raccontato in American Psycho, fatto di dettagli, di una narrazione scientifica e precisa delle torture e degli omicidi. Il tutto pervaso, tuttavia, dalla solita maestria e vena comica di Ellis, un’ironia spietata e quasi rassicurante, quasi a voler mettere in evidenza una volta di più il sottile confine che divide la normalità dalla diversità.

 

“…c'è troppa libertà. Non so se libertà è la parola giusta, ma il fulcro del libro è questo: che cosa fare quando si può fare più o meno tutto quello che si vuole? che cosa si ricava? che cosa importa?...”

(Bret Easton Ellis – Less than Zero)



Posted at 08:11 pm by F.P.

 

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