Stepping Stone

ESISTONO DUE CATEGORIE DI LIBRI: I LIBRI PER ADESSO E I LIBRI PER SEMPRE






rss feed



Wednesday, September 28, 2005
Elfriede Jelinek - "Scandalosa, indipendente e ribelle. Un Nobel discusso, ma meritato".



Elfriede Jelinek è nata il 20 ottobre 1946 a Muerzzuschlag, in Stiria (Austria centrale) da padre di origine ebraica e madre viennese. Studia prima in un convento e in seguito presso il Conservatorio di Vienna dove si diploma in pianoforte e composizione, teatro e storia dell'arte.

Il suo esordio risale al 1967 con una raccolta di poesie, ma i primi unanimi riconoscimenti arrivano solamente nel 1975 con la pubblicazione del romanzo “Le amanti”.

Scrittrice indipendente e ribelle, scandalosa, politicamente impegnata, a tratti indisponente, Elfriede Jelinek è attualmente la scrittrice in lingua tedesca più famosa nel mondo e oltre a una serie di importanti premi letterari ("Georg Buechner" nel 1998, premio “Heine” della città di Duesseldorf nel 2002) nel 2004 le è stato assegnato il premio Nobel per la letteratura (“…per il fluire musicale di canto e contro-canto nei romanzi e nei drammi che con straordinario ardore linguistico rivelano l'assurdità dei cliches della società contemporanea e il loro potere soggiogante”).

Tradotti in decine di lingue, i suoi romanzi ruotano insistentemente intorno a tematiche ricorrenti come sessualità, potere e crudeltà. Argomenti trattati con freddezza e distacco allo scopo di smascherare l’ipocrisia e la corruzione della classe borghese austriaca. Storie estreme, perverse e angoscianti, trattate con un linguaggio musicale sorretto dall’ampio uso di metafore ardite e concetti ermetici.

Il perno attorno al quale ruota, tuttavia, l’intera produzione letteraria della Jelinek è il sesso. Non l’amore. Nessuna dolcezza, niente magia, solamente uno scontro di corpi, una guerra destinata a concludersi senza vincitori e vinti. Corruzione e trasgressione. Non un mezzo per raggiungere il piacere, l’estasi, nessuna comunione fra le persone, ma solo strumento per rafforzare il proprio io e soddisfare un desiderio malato di possesso, di sottomissione, di prevaricazione nei confronti dell’altro. Come nel romanzo “La voglia” (edito in Italia da Frassinelli nel 1989) dove con cinismo e stile asciutto la scrittrice austriaca pone l’accento sulla difficoltà di dare un senso al rapporto di coppia e si scaglia con prepotenza contro il ruolo di vittima predestinata che la donna sembra costantemente obbligata a ricoprire all’interno di un nucleo familiare solo in apparenza sereno e rassicurante.

A confermare ulteriormente il suo talento narrativo contribuisce la pubblicazione, nel 1983, del romanzo La pianista” (“Die Klavierspielerin”) che sancisce la definitiva consacrazione ad autrice di culto. Un successo di critica e pubblico rafforzatosi nel 2001 grazie al riuscito film diretto da Michael Haneke con un’intensa Isabelle Huppert e vincitore a Cannes nel 2001.

La storia (definita senza falsi pudori dalla stessa autrice di ispirazione autobiografica) ruota intorno al rapporto asfissiante ed esclusivo che lega la protagonista Erika Kohut, concertista fallita e insegnante del conservatorio di Vienna, alla madre. Una reciproca ossessiva dipendenza dove odio e amore si fondono al punto tale da non poter più distinguere un sentimento dall’altro. Sentimenti non opposti, ma consequenziali e regolati dall’assenza di regole e tempi da rispettare. Nel suo tentativo di trovare sollievo dalla claustrofobica quotidianità che la sta consumando, Erika vive una sessualità incerta e malata sempre sospesa fra il voyeurismo e una tendenza masochista tale da spingersi fino all’autolesionismo e alle automutilazioni. Il rapporto morboso che lega  madre e figlia appare sacro e inviolabile fino a quando nella vita di Erika irrompe un giovane allievo che si innamora di lei. Incapace comunque di mantenere viva una relazione “normale” Erika finisce con mostrare al giovane amante il lato oscuro dei propri desideri scatenandone l’aggressività in un crescendo drammatico che avrà la sua conclusione solo all’ultima pagina del libro.

La narrazione procede senza pause con un ritmo musicale e incalzante. Priva di scontati sentimentalismi, la scrittura della Jelinek (ben supportata da un utilizzo efficace di vivide metafore) procede rigorosa e tagliente e riesce nell’intento di lasciare più volte sbigottito il lettore di fronte alla potenza delle immagini e alla forma e forza devastante che solo una passione spinta oltre i limiti può generare.  

 

“Poi il sangue comincia a sgorgare con un fiotto potente, le gocce colano, scorrono, si mescolano con le loro compagne e formano un incessante rivoletto di sangue. I vari rivoletti si uniscono e creano un fiume rosso che scorre regolare e rassicurante. Con tutto quel sangue, non riesce più a vedere che cos’ha tagliato. Era il suo corpo, eppure anche qualcosa di terribilmente estraneo […] il basso ventre e la paura sono suoi amici e alleati, si presentano quasi sempre insieme. Se uno di questi due amici s’insinua nella sua mente senza bussare, può star sicura che l’altro non è lontano. La madre può si controllare di notte che le sue mani rimangano sopra la coperta, ma per tenere sotto controllo la paura, dovrebbe prima scoperchiarle il cranio e poi raschiarle via la paura di propria mano”.

(Die Klavierspielerin – La Pianista, 1983)


Posted at 12:40 am by F.P.

 

Leave a Comment:

Name


Homepage (optional)


Comments




Previous Entry Home Next Entry