Nato nel 1960 a Detroit da una famiglia di origine greca, laureato a Stanford, Jeffrey Eugenides ha vissuto a lungo a New York prima di trasferirsi a Berlino dove si trova tuttora. Appassionato lettore dei classici latini, Virgilio e Ovidio, degli scrittori russi come Nabokov e Tolstoj, ma anche influenzato da Bellow, Roth e Henry James, pubblica i suoi primi racconti sulle pagine delle più importanti riviste letterarie (Granta, The New Yorker, The Paris Review) per esordire come romanziere nel 1993 con “Le vergini suicide”. Romanzo d’esordio che conquista immediatamente pubblico e critica e che è stato anche portato sugli schermi da Sophie Coppola con una altrettanto riuscita trasposizione cinematografica (Il giardino delle vergini suicide).
“Le vergini suicide” è un romanzo dominato da un’atmosfera opprimente e angosciante, scritto sfruttando un punto di vista corale e non univoco. In questo modo, la narrazione dei fatti è affidata non ad un unico narratore onnisciente, bensì ad un gruppo di ragazzi che, a distanza di venticinque anni, ricostruisce la storia delle cinque bellissime sorelle Lisbon e dei loro suicidi avvenuti uno di seguito all’altro nel giro di un solo anno. Un gesto, il loro, resosi necessario per sfuggire alla soffocante rigidità comportamentale imposta dai genitori che, ossessionati dal fanatismo religioso, impediscono alle sorelle di vivere la loro adolescenza al pari delle coetanee. Suicidio da intendersi pertanto come punizione nei confronti di chi ha loro negato qualcosa di legittimo, ma anche come mezzo che permette alla loro bellezza di rimanere immortale. Un gesto estremo che non è tuttavia vissuto come qualcosa di tragico e angosciante in quanto considerato come inevitabile e alla stregua di una naturale evoluzione della situazione. Con molta sensibilità e grazie ad una prosa vivace, ricca di sfumature e dettagli, Eugenides affronta un tema difficile come quello del suicidio (di adolescenti) senza mai appesantire eccessivamente la narrazione e confezionando un delicato e malinconico ritratto delle occasioni perse e dei rimpianti.
La seconda prova narrativa di Eugenides, Middlesex (romanzo risultato in seguito vincitore del premio Pulitzer nel 2003), ha avuto una gestazione durata nove anni e la sua stesura, come spiegato dallo stesso autore, si è sviluppata in due momenti ben distinti. Eugenides era partito con l’intenzione di raccontare la storia di un ermafrodito senza tuttavia cadere nei soliti stereotipi e cercando di approfondire il più possibile tutta la questione riguardante la genetica e gli studi scientifici fino ad ora effettuati. Il periodo di ricerca ha portato l’autore a scoprire una realtà piuttosto diversa da quella che credeva di incontrare e così l’idea di partenza di un romanzo su un singolo personaggio si è sviluppata per allargarsi fino a comprendere l’epopea di una intera famiglia con caratteristiche congenite particolari. Saga familiare, quindi, che partendo dal difficile periodo della depressione si intreccia con la storia americana per raccontare gli inevitabili scontri iniziali fra due diverse culture (la famiglia è di origine greca) e il graduale processo di integrazione nel tessuto sociale d’oltreoceano.
Questa inversione di rotta ha permesso a Eugenides di affrontare non più solamente la questione riguardante il sesso e la sessualità in generale, ma di confrontarsi con tematiche di più ampio respiro anche se pur sempre in stretta connessione con tutto quanto riguarda le trasformazioni e i mutamenti in generale. Partendo da queste riflessioni si può vedere il personaggio dell’ ermafrodito come una metafora dell’adolescenza, di quel periodo complesso e decisivo nella formazione della personalità dell’individuo dove, per l’appunto, mutamenti e trasformazioni (nel corpo come nel carattere) sono all’ordine del giorno (“…I used a hermaphrodite not to tell the story of a freak or someone unlike the rest of us but as a correlative for the sexual confusion and confusion of identity that everyone goes through in adolescence"). Il risultato è un romanzo animato dai tratti distintivi di parecchia letteratura americana tanto affezionata al mito del cambiamento e sostenitrice della necessita (e capacità) di trasformarsi e ricominciare ogni volta da capo una nuova vita.
Jeffrey Eugenides con Middlesex lancia un messaggio decisamente importante su come la scrittura non debba per forza seguire le mode e assestarsi di conseguenza sui canoni dettati da una corrente letteraria in voga piuttosto che un’altra. Con il suo romanzo sembra voler mostrare come ci sia ancora spazio per chi ha voglia di raccontare storie dall’ampio respiro, epocali e per farlo si affida alle “parole” e alle infinite possibilità che possono offrire quando non rinchiuse in asfittici canoni estetizzanti. E se dalla copertina del romanzo Jonathan Franzen informa che “Jeffrey Eugenides è un grande talento” e anticipa come “…Middlesex vi conquisterà”…non è solo pubblicità.
“Ad aprire la serie era stata Cecilia, la minore, tredici anni appena, che si era tagliata le vene nella vasca da bagno come uno Stoico. Quando la trovarono, a galla in quella pozza rosea, gli occhi gialli di un'invasata e il corpo minuto che emanava l'odore di una donna adulta, aveva un'aria così placida che i due soccorritori, spaventati, erano rimasti immobili, come stregati. Ma poi la signora Lisbon aveva fatto il suo ingresso, gridando, e la realtà concreta della stanza aveva ripreso il sopravvento: c'era del sangue sul tappetino, e il rasoio del signor Lisbon chiazzava l'acqua del water in cui era immerso. I due infermieri estrassero Cecilia dal bagno caldo, che aggravava l'emorragia, e le applicarono un laccio emostatico sul braccio. I capelli bagnati le ricadevano sulla schiena; mani e piedi erano già cianotici. Non pronunciò nemmeno una parola, ma nel disgiungerle le mani si scoprì che strIngevano su quel seno in boccio un'immagine plastificata della Vergine. Era Giugno, la stagione delle crisope, l'epoca dell'anno in cui le spoglie di quegli insetti effimeri ricoprirono la città. Levandosi a nugoli dalle alghe che vivono nelle acque inquinate del lago, vanno ad annerire finestre, ad ammantare automobili e lampioni, a tappezzare i docks municipali e a ornare di festoni il sartiame delle barche a vela: una schiuma volante, brunastra, con il dono dell'ubiquità. La signora Sheer, una vicina, ci disse di aver visto Cecilia il giorno precedente al tentativo di suicidio. La ragazza era ferma sul bordo del marciapiede, con il solito vestito da sposa: un modello antiquato con l'orlo sfrangiato. Stava contemplando una thunderbird avviluppata in un manto d'insetti. «Faresti meglio a prendere una scopa, cara» le aveva detto la signora Sheer. Cecilia l'aveva fissata con quel suo sguardo penetrante da asceta. «Sono morti» aveva risposto. «Vivono soltanto ventiquattr'ore. Nascono, si riproducono e schiattano. Non hanno neanche il tempo di nutrirsi.» E cacciando una mano in quella cortina schiumosa di insetti aveva tracciato le proprie iniziali: C.L."
(The virgin suicides - Le vergini suicide, 1993)
Posted at 11:39 pm by F.P.