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Sunday, September 18, 2005
Una stagione in inferno - Arthur Rimbaud



“Ho ingoiato una formidabile sorsata di veleno. - Tre volte benedetto il consiglio che mi è giunto! - Le viscere mi bruciano. La violenza del veleno mi torce le membra, mi rende deforme, mi rovescia a terra. Muoio di sete, soffoco, non posso gridare. È l’inferno, la pena eterna! Guardate come il fuoco si rialza! Brucio come si deve. Va’, demonio!

Avevo intravisto la conversione al bene e alla felicità, la salvezza. Come posso descrivere questa visione? l’aria dell’inferno non tollera inni! Erano miriadi di creature deliziose, un soave concerto spirituale, la forza e la pace, le nobili ambizioni, che so?

Le nobili ambizioni!

Ed è ancora la vita! - Se la dannazione è eterna! Un uomo che vuole mutilarsi è dannato sul serio, non è vero? Mi credo in inferno, dunque ci sono. È l’adempimento del catechismo. Io sono schiavo del mio battesimo. Genitori, avete fatto la mia rovina, e voi la vostra. Povero innocente! L’inferno non può colpire i pagani. - È ancora la vita! Poi, le delizie della dannazione saranno più profonde. Un delitto, presto, che io cada nel nulla, secondo la legge degli uomini.”

 

Arthur Rimbaud è probabilmente il più "maledetto" tra tutti i poeti che hanno fatto del simbolismo e dell’avanguardia il loro credo letterario. La sua poesia (così come la sua prosa poetica) è interamente costruita sulla necessità di rompere i legami con il passato, con una tradizione letteraria che ha oramai esaurito il suo slancio creativo ed espresso compiutamente le sue potenzialità. Una presa di coscienza che lo porta a cercare ispirazione nel caos dell’io umano, complesso e il più delle volte dominato da irrazionalità e inconsapevolezza (tematica che verrà in seguito ripresa e ampliata dai surrealisti del XX secolo). Intuizione che, insieme alla lezione appresa da Baudelaire, rappresenta la base sulla quale costruire un linguaggio e una poesia diversa e innovativa dove la parola supera i suoi limiti per diventare immagine e far valere la sua prepotente carica evocativa. Rimbaud propone quindi di fissare come obiettivo della poesia la comprensione tutto ciò che, misterioso e oscuro, spaventa l’uomo…”"scrutare l'invisibile e udire l'inaudito". Da qui la teorizzazione del poeta “veggente” che attraverso l’abbandono di se stesso al delirio dei sensi si trova a percorrere il labirinto dell’inconscio e a uscirne con una visione della realtà inedita e destabilizzante. 

E’ partendo da questi presupposti che si deve affrontare la lettura di "Una stagione in inferno" (“Une saison en enfer”), una sorta di confessione del poeta elaborata tra l’aprile e l’agosto del 1873 e unica scritto della cui pubblicazione si occupò Rimbaud in prima persona. Divisa in nove parti, con una alternanza di prosa e poesia, l’opera si presenta come un diario, un’autobiografia che racconta il percorso di formazione di Rimbaud. Desideri e speranze, le esperienze deliranti egli eccessi destinati comunque a trasformarsi in cocenti delusioni. La presa di coscienza del proprio fallimento, dell’impossibilità di sfuggire al destino, si concretizzano in un urlo di disperazione e sofferenza che non può trovare consolazione nemmeno nella solitudine e nella fuga. O nella consapevolezza che ogni essere umano deve prima o poi affrontare la sua stagione all’inferno.

Il tutto descritto con una voce cattiva e a tratti cinica, ma che non perde mai la sua sofferta e intensa liricità. Costruita sfruttando immagini e visioni audaci, articolando i versi e i periodi senza alcuna apparente sintassi e ricorrendo a metafore imprevedibili e inconsuete. Un perenne stato di alterazione mentale che distrugge qualsiasi legame fra spazio e tempo, annullando nel contempo una sorpassata e sterile struttura del pensiero e dell’azione basata sulla correlazione causa-effetto.

 

Arthur Rimbaud

Una stagione in inferno, 190 pagg

Bur (Collana “Biblioteca Universale Rizzoli”)

Posted at 09:37 pm by F.P.

Alessandro Ansuini
December 6, 2005   05:50 AM PST
 
Bella recensione Ferd.


A
 

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